Ma Solitude – Georges Moustaki + Lyrics – YouTube

Ma Solitude – Georges Moustaki + Lyrics – YouTube.

Elle sera à  mon dernier jour

ma dernière compagnie.

 

 

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C’est la faute à Voltaire

E’ di nuovo colpa di Voltaire, come cantava Gavroche prima di morire ne I Miserabili. Non è un caso che la patria del giornale Charlie Hebdo, che ha pubblicato le terribili (ma tutt’altro che scontate, vedasi quella che fa riferimento al film dell’anno 2011, Quasi Amici, in un gioco di parole invidiabile con il titolo francese Les Intouchables) vignette satiriche sull’Islam, sia la stessa del filosofo che fu bastonato e imprigionato per le sue idee anticlericali e illuministe.

Non approvo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo forse Voltaire non l’ha davvero mai detto, e di certo non l’ha mai scritto. Il fatto stesso che gli venga attribuito è esemplare tuttavia del valore simbolico di un uomo contrario ad ogni forma di superstizione e irrazionale paura, di cui si dice che si convertisse cinicamente al cristianesimo in punto di morte solo per evitare l’onta della fossa comune.

Tornando alle vignette, può sembrare ad una lettura superficiale che nessuno tragga vantaggio dalla pubblicazione di quattro disegni sgangherati su una rivista, e che tanti, invece, ne subiranno dei pregiudizi, perché potrebbero esserci dei tafferugli, o peggio degli attentati, con dei feriti e anche dei morti. Ma una lettura del genere inverte del tutto il reale rapporto di casualità tra le cose: la violenza non scaturisce dalle vignette, bensì le vignette sono un pretesto per scatenare la violenza, come lo era lo stupido filmaccio sul   Profeta (ma allora cosa sarebbe dovuto succedere dopo Brian di Nazareth e Dogma, per non parlare di Sex and Zen?), come lo sarà ogni ulteriore tentativo di ridimensionare o mettere in satira una situazione storica incivile e insostenibile com’è quella delle teocrazie orientali.

Aggiungiamoci gli interessi della destra americana ad inculcare nuovamente la paura dell’arabo brutto sporco cattivo e terrorista nell’animo cagone dell’americano medio, affinché si ricordi nella cabina elettorale che Obama ricorda non per caso Osama, e avremo un quadro completo del perché, se non ora quando, è il momento di reagire e non di nascondere il naso sotto le coperte.

Invece qui si parla addirittura di denunce per “istigazione all’odio” mentre il Ministro dell’Istruzione francese (forse l’unico memore d’esser compatriota di Voltaire) cerca inutilmente di riportare alla ragione i civilissimi popoli occidentali ricordando che in Europa vige il diritto di parola e di espressione. La spiacevole sensazione è che, come sempre, si usino due pesi e due misure per valutare gli attacchi contro la religione, quale che sia. A nessuno viene in mente che un popolo religioso  che rinchiude le proprie donne in sarcofagi di tessuto e le obbliga a interventi chirurgici che rendono ogni rapporto sessuale una tortura e ogni parto una possibile condanna a morte non meriti tanto il rispetto dell’occidente quanto il suo esempio civile. Che non si esprime soltanto attraverso la tolleranza religiosa ma soprattutto attraverso il rispetto per la libertà di tutti gli individui. Quelli che vogliono andare in giro per strada in minigonna come quelli che si divertono a disegnare vignette satiriche su chichessia, che si chiami Sarkozy o Muḥammad.

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Bello(cchio) Addormentato

Ieri sera me ne sono andata al cinema a vedere Bella Addormentata, il film di Marco Bellocchio ispirato dalla vicenda di Eluana Englaro.  E stamattina,  alla consueta rassegna stampa del Sole 24 Ore, ho sentito della reazione piccata del regista alla mancata premiazione con il Leone d’Oro del suo film al Festival di Venezia.

Sorvolo sull’opportunità di un commento da treenne del tipo “e io non gioco più!” perché vorrei soffermarmi piuttosto sui motivi del perché, secondo me, Bellocchio non meritava il Leone d’Oro.

Si dice che non si debba parlare di un film partendo dalla sceneggiatura… ma perdinci, se la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, qualche responsabilità nell’affossare il film gliela dobbiamo pur dare.
Nella pellicola passiamo da un tizio che incontra una, peraltro piuttosto cessa (è Alba Rohrwacher ) in autogrill e le scrive il numero di telefono sulla mano, come nella migliore tradizione della letteratura mocciana  –  a un medico che si appassiona alla storia personale di una tossicodipendente senza che ce ne venga fornita alcuna giustificazione (non è un ragazzino di quindici anni che s’innamora della tossica e la vuole salvare; è un medico che di tossici ne avrà visti passare almeno dieci al giorno nel corso di una carriera ultradecennale, quindi non si capisce perché questa lo fulmini sulla via di Damasco, a parte il fatto che oggettivamente è un gran pezzo di figa, infatti non è la Rohrwacher ma Maya Sansa) – a un’ attrice di talento che si segrega tra casa a e chiesa nel tentativo di convincere il padreterno a far risvegliare la figlia in stato vegetativo, peraltro composta sul letto come una perfetta modella di D&G, senza un filo di bava, di muco, di cispa, neanche un capello fuori posto.

Se i personaggi sono interessanti, nella loro atipicità, le loro motivazioni sono spesso assurde se non inesistenti. Al posto dell’inconsueto che irrompe nel quotidiano sconvolgedone le coordinate e dando vita ad una nuova realtà, come sarebbe nelle intenzioni del regista,  assistiamo ad un quotidiano avulso da qualsiasi contesto che crea spunti di riflessione non contestualizzati.  L’impressione è che regista e sceneggiatori creino in un mondo parallelo, un mondo alto borghese in cui le passioni nascono e muoiono senza movente, catalizzate unicamente dall’alchimia degli incontri e dai fraintendimenti, come se gli sceneggiatori avessero lanciato i dadi e accoppiato le pedine dei personaggi in modo del tutto casuale, per vedere cosa ne veniva fuori.
E cosa ne è venuto fuori? Un film che si dà tante arie ma si sgonfia come un palloncino punto da uno spillo. Con una buona regia che non riesce tuttavia nell’impresa di rendere credibile questo baraccone di borghesi tanto disperati quanto composti. Un vero peccato, perché la tematica di fondo è molto forte, e gli spunti interessanti non mancano: la madre della ragazza in stato vegetativo che si riduce lei stessa a un vegetale che viva in funzione dell’eventuale risveglio; il ragazzo con il fratello bipolare che vive la stessa schiavitù di chi conviva con un malato terminale; il senatore del PdL che non riesce a negare la propria storia politica e personale per compiacere l’ambizione dei suoi colleghi e del suo presidente. Mi è sembrato un film riuscito a metà; che non è comunque un cattivo risultato, vista la complessità del tema e considerato che ci si propone di affrontarlo a tutto tondo,  da punti di vista diversi ed esplorandone i territori contigui; ma da qui a prendere premi, ce ne corre.

A parte forse un Razzie Award per Brenno Placido, il più cane tra i numerosi figli d’arte  – tra cui lo stesso figlio del regista – che interpretano il film. Se questo cinema italiano fosse un po’ meno italiano…

Edit: scrivendo il pezzo non sapevo che Michael Mann avesse definito il film di Bellocchio “provinciale”.  Purtroppo la provincialità, a mio parere, è proprio una delle caratteristiche che il cinema italiano stenta a scrollarsi di dosso. Forse perché in fondo siamo un po’ provincia del mondo.

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Un post per farmi dormire meglio.

Solo sette mesi che non aggiorno il blog? E che vuoi che sia! Ormai, alla mia veneranda età, il tempo da dedicare a riflettere analiticamente su un argomento qualsiasi e buttar giù qualcosa in un decente italiano è veramente scarso, asintoticamente tendente a zero. Insomma, c’è il lavoro, c’è il LombardoVeneto cacacaz  esigente, c’è da tener pulita e in ordine (pfffff…) la casa, da decidere cosa mangiare e cercare magari di non lasciare tutto il peso della cucina sul cac sul LV, da ricordarsi di fare lo scrub e la maschera due volte a settimana, tenersi aggiornata sulle ultime tendenze su trucco e pulizia del viso tramite Clio e Carlita,  fare una telefonata a Mamayo prima che lo faccia lei (impresa giudicata impossibile persino dalla buonanima di Patrick de Gayardon), e poi la manicure, la vita sociale, FacciadiLibbro e tutte quelle altre menate di contorno che volendo ti occuperebbero la giornata intera… sì, è una vita dura, lo ammetto, tanto che a volte mi viene da pensare quanto bello sarebbe chiudersi nella tranquilla prevedibilità di un posto fisso nelle miniere di Golconda.

Tutto questo per dire cosa? Ma niente. Nell’epoca dei social e dei tutorial non esiste alcuna necessità di avere qualcosa di interessante da dire. Certo, potrei facilmente deliziarvi raccontandovi dei miei prodotti preferiti di luglio, ma temo che ci abbiano già pensato un paio di tizi  prima di me. (In realtà mi chiedo spesso a chi cazz interessino i prodotti preferiti del mese di chichessia. C’è davvero qualcuno che prima di andare a fare shopping dice: occribbio è meglio dare un’occhiata prima ai prodotti preferiti di Patty , non vorrei spendere  un sacco di soldi per qualcosa che non è già stato testato da gente più figa di me?).

Oppure potrei, con altrettanta facilità, discorrere di quanto sia interessante l’ultimo bestseller che ha convertito alla lettura persino Nicole Minetti e Belèn, ma ad essere sincera ogni volta che affronto l’argomento sento dentro di me un tracollo di bile. Sarà colpa della mia indole rosicona e invidiosa, ma proprio non riesco a ingoiare il rospo di una fanfiction di grado infimo che diventi un bestseller internazionale, mentre ci sono tante fanfic su HP molto più interessanti che nessuno si caga. No, io non scrivo fanfic. Neanche su HP. Al massimo, in assenza del Lombardo Veneto, prima di dormire mi immagino di farmi una pomiciata con Sirius Black.

Ma solo perché, si sa, senza il bacio della buona notte si fanno sogni Kafkiani.

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L’anno che Finardi non vinse Sanremo

Vorrei volare ma non posso,
E resto fermo qua
Su questo piano che si chiama terra
Ma la terra si ferma…
Appena mi rendo conto
Di avere perso la metà del tempo
E quello che mi resta è di trovare un senso

Ma tu, sembri ridere di me,
Sembri ridere di me…

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me
Perché io non sono come te…
Ma conosco l’amore
Io, io che ho visto come te
Dritto in faccia il dolore…

Vorrei volare ma non posso
e spingermi più in là
Adesso che si fa silenzio attorno
Ma il silenzio mi parla…

Devo combattere con le mie lacrime,
mica con una poesia
E non c’è ordine nei letti d’ospedale
Come in una fotografia rivedo
dritta sulle spalle la mia figura….

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me
Perché io non sono come te…
E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me
Perché io non sono come te…
Ma conosco l’amore
Io, che ho visto come te
Dritto in faccia il dolore…

Finardi a Sanremo non ha mai vinto, né con Vorrei Svegliarti né con Dolce Italia né con Amami Lara. Finardi non ha mai vinto pur con la sua voce vellutata e le sue parole cristalline, non ha mai vinto con la sua musica rabbiosa e a un tempo soave.
Finardi non ha mai vinto perché non è una star, è solo uno che canta l’amore e la rabbia, la vita e di tanto in tanto la morte.
Finardi non ha mai vinto perchè non riesce ad accantonare neppure per un momento la sua umanità e confezionare una canzone “per Sanremo” come Vecchioni ha ammesso di aver fatto lo scorso anno (del resto ce lo insegnò lui che se hai la bocca sporca di merda tienila chiusa e nessuno lo saprà).
Finardi non ha mai vinto e chissà che quest’anno straordinario, di manovre straordinarie, nevicate straordinarie non porti a Sanremo una straordinaria vittoria.
Finardi non ha mai vinto e quest’anno sarà ancora più difficile, non può competere con Emma Marrone e Gigi D’Alessio, loro sì che sono idoli pop trascinatori di folle, Finardi al massimo può essere un trascinatore di folli, quei folli che credono ancora che la musica ti entra nelle ossa e ti vibra nella pelle e che l’amore non è nel cuore ma riconoscersi dall’odore. E non ha mai fatto il giudice ad X Factor, non ha mai mostrato un piglio da intenditore e lanciato sguardi inquisitori, al massimo sorrisi distesi di chi nella vita e nell’arte ne ha passate abbastanza da sapere che è impossibile giudicare.
Finardi non ha mai vinto Sanremo e non lo vincerà mai e in fondo chissenefrega. A me basta sapere che mi regalerà un’altra esibizione, e un altro pezzo che mi entri nello stomaco, e mi faccia ricordare una delle tante vite che non ho vissuto.
In bocca al lupo, vecchio leone.

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Fuori dal gabbio

La custodia cautelare spiegata da Valerio Onida | Il Post.

Vorrei partire da questo, perché è un punto di vista importante, motivato e competente. Vorrei partire da questo perché sia chiaro che, nel commentare la recente sentenza della Cassazione secondo cui, precisamente, la custodia cautelare preventiva in carcere non è più obbligatoria nei reati di stupro di gruppo, non voglio fare della facile demagogia né tanto meno del femminismo spicciolo.

Mi pare però importante ricordare, a dispetto di quanto spiegato da Onida (che per inciso si riferiva alla precedente pronuncia della Corte Costituzionale sul medesimo tema), quale sia il ruolo della vittima in uno stupro, e in special modo in uno stupro di gruppo. La vittima (che dobbiamo presumere tale, a meno di non volerla presumere bugiarda come conseguenza della presunzione d’innocenza degli accusati, cosa che non è e sarebbe abominevole se fosse) dopo lo stupro si trova, oltre in una situazione emotiva di terrore e confusione come logico per chiunque, maschio o femmina, abbia subito una violenza fisica, finanche avulsa della componente sessuale, anche in una scomodissima situazione sociale: nella società ci sarà sempre qualcuno che penserà che se l’è cercata, che doveva stare più attenta, che probabilmente ha provocato… Dopo una violenza sessuale una donna vorrebbe poter fare una sola cosa: sparire dalla faccia della terra. Nascondersi, perché è considerata una cosa vergognosa. Tanto più è ingenua e virginale, tanto più si sentirà violata e sporca; tanto più è emancipata e spregiudicata, tanto più si sentirà in colpa, o avrà paura di non essere creduta.

Onida sostiene che la carcerazione preventiva è necessaria per i reati di criminalità organizzata perché finalizzata a spezzare i legami tra i soggetti criminali indispensabili per l’esercizio di quel tipo di criminalità. Non si chiede però per quale motivo il legislatore nel 2009 l’aveva ritenuta necessaria anche per i reati sessuali. E il motivo sta nella paura, nella vergogna, nella difficoltà emotiva e psicologica che una vittima di stupro trova nel denunciare i suoi aguzzini.

La carcerazione preventiva era una tutela per la vittima che rendeva di fatto più facile sporgere denuncia, decidersi a compiere un passo così difficile e sofferto, mettere a nudo la propria intimità già violata. E non si può obiettare che questa facilità incentiverebbe la denuncia dei falsi stupri, perché i casi di denuncia di falsi stupri sono incommensurabilmente inferiori al numero dei casi in cui la violenza non viene neppure denunciata.

Ciò detto, noto con molto disappunto che l’informazione a riguardo è carente in modo colpevole: viene fatta passare l’idea che lo stupro di gruppo non sia più punito con il carcere.  Stiamo attenti che qualcuno ci può credere, e approfittarne…

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Giù il gettone bambino…!

Nuovo giro nuova corsa, nuova piattaforma per il blog.

Magari mi torna anche la voglia di scrivere…

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