Archivi del mese: ottobre 2005

Meritava dessere citata questa battuta della fumettista iraniana Marjane Satrapi a proposito del passaggio di testimone USA – Cina alle redini delleconomia mondiale:

Mi chiedo se sia meglio essere invasi e dominati da 250 milioni di puritani o da un miliardo di atei.

Personalmente non avrei dubbi sulla scelta, se non fosse che il miliardo di atei, a ben vedere, non è affatto ateo come sembra…

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La Capagira – 2

 

Ovvio che giri anche la mia, di capa. Del resto da quando Perseo la staccò dal collo le risulta abbastanza difficile stare ferma. Gira e ogni tanto si ferma, come la pallina di una roulette, su un concetto fisso, incalzante. Ultimamente gira parecchio intorno alle persone, e ai rapporti che si intersecano e divergono.

Nel compimento di un lustro della mia presenza più o meno costante sul Web mi è capitato di ripensare in particolare le relazioni che attraverso il mezzo si stabiliscono. Effimere per lo più, ma anche durature, a volte importanti. Lascio perdere le esperienze indirette, dell’amica che ha trovato l’amore via web, del ragazzo che ci ha trovato la morte. Lascio che siano gli altri a filtrare le proprie esperienze personali, mi limito a compendiare le mie per cercare di trarre qualche stentata conclusione.

Esistono dei codici comportamentali, nel web, che trascendono completamente quelli della realtà. Chi provasse ad utilizzare qui le stesse espressioni che usa nella vita di tutti i giorni, attribuendo loro il medesimo significato, sarebbe senz’altro qualificato come un dislessico del mezzo. Per quanto la libertà d’esprimersi sia estremamente maggiore qui che nel contesto reale, restano tuttavia dei codici che, se fraintesi, possono portare ad incomprensioni ben maggiori che nella realtà. Non conoscere l’espressione degli occhi che guardano lo schermo è forse un handicap della comunicazione a distanza. Ma al contempo è anche un vantaggio. Perché non ho paura a dire ti amo o ti odio se so che dall’altra parte nessuno vedrà il rossore sulle mie guance.

Come ogni mezzo, anche il web dev’essere mediato dalla sensibilità di chi lo usa. Per questo non c’è niente che io odi di più delle generalizzazioni di chi, non avendo mai stabilito un rapporto virtuale con chichessia, bolli velocemente i rapporti via web come surrogati della realtà, se non come espressioni di una socialità malata.

A certe illazioni anche dei media la risposta d’obbligo è: "Ma non dite cazzate!"

Intanto, perché chi ne parla ne parla sovente da ignorante. Non basta conoscere l’aspetto esteriore della realtà dei blog, dei forum, delle messaggerie, per essere addentro all’argomento. Bisogna averle vissute, bisogna aver passato almeno un pomeriggio a raccontare la propria vita ad un perfetto sconosciuto per giudicare. Altrimenti meglio tacere.  Ma naturalmente chi critica questo genere di approccio è proprio perché non lo conosce, non è mai entrato a farne parte. E quindi assume quella sorta di superiorità mista ad un sottile senso di invidia che investe tutti quelli che osservano da lontano un fenomeno che a chi lo vive dall’interno sembra (esageratamente) fantastico.

Così nasce anche il luogo comune che chi utilizzi il mezzo virtuale per stabilire relazioni socali trovi in questo la compensazione alla propria, scialba, solitudine. Altra supposizione del tutto errata. Perché chi non riesce a rapportarsi agli altri in modo corretto nel reale troverà la propria Waterloo proprio nel mondo virtuale, dove ogni debolezza è amplificata e salta agli occhi in modo esplicito. Si dice comunemente che nei rapporti via internet si può bluffare, nascondere le carte, spacciarsi per qualcun’altro. Non è vero. Si può forse spacciarsi per qualcos’altro, ma mai per qualcun’altro. E’ possibile che un uomo finga di essere una donna, o viceversa, così come è possibile che un operaio finga di essere un avvocato, o un tassista un pilota d’aereo. Ma difficilmente un timido passerà per sfacciato, e altrettanto difficilmente un tamarro passerà per strafigo. Del tutto impossibile poi che un imbecille passi per persona intelligente, come accade invece di sovente  nel reale, quando ci si lascia intortare dalla sicumera che accompagna volentieri gli idioti. Certo le relazioni malate ci sono. Come ci sono nella realtà. Perché il mezzo internet non è che la cassa di risonanza della propria personalità. Tutto quello che hai dentro di buono, di cattivo, di inutile, risuonerà atrraverso il web amplificato all’ennesima potenza, per quanto tu tenti di dissimularlo.

L’unica cosa che il web non riesce a veicolare è l’emozione genuina. Quella nasce, cresce e si consuma sempre al di là dello schermo. Le poche volte che riesce ad oltrepassarne i margini, è solo perché tra i soggetti della comunicazione si è stabilito un rapporto di fiducia tale da permettere di credere in toto a ciò che l’altro esprime. Mi è capitato una volta sola, una notte in cui una conversazione su Msn sembrava davvero una di quelle fatte a tarda notte con le amiche davanti a una tazza fumante di camomilla. Sono attimi in cui la "corrispondenza d’amorosi sensi" raggiunge l’acmé. Sono quelle cose che nella vita reale ti fanno capire che è appena nata un’amicizia. Nel virtuale, purtroppo, la mia discontinuità non mi permette di poter affermare lo stesso.

Ciò non significa però che non ci sia emozione in questi rapporti. Anche qui è la sensibilità personale a giocare un ruolo determinante.  La difficoltà di comunicare e quindi dividere l’emozione non porta affatto a una mancanza della stessa. Anzi, il fatto stesso che non si possa sapere se l’emozione che si prova è condivisa la rende più viva e struggente. Proprio come quando, nel reale, si sorprende su di sé uno sguardo che non si riesce a interpretare.  E quello sguardo apre infiniti orizzonti.

E’ degli orizzonti infiniti che sente bisogno chi naviga lungo questi mari. Di conoscere altre storie, altri individui, altre sensibiltà. Non certo di rinunciare alla vita reale. Al contrario, di arricchirla. E chi scuote il capo di fronte a questa realtà ha forse solo bisogno di un iniezione di fantasia.

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La  Capagira – 1

Ci vuole coraggio per distribuire in Italia un film totalmente sottotitolato. Ci vuole coraggio anche quando il film sintitola Evita e la protagonista si chiama Maria Louise Veronica Ciccone. Figuriamoci quando il regista si chiama Alessandro Piva (chi è costui?) e gli attori hanno una notorietà soltanto locale. Ci vuole coraggio, e certo ci vogliono anche le idee, per ingarrare un film che nella sola Bari, città in cui è ambientato, incassò più di quanto fosse costato. Vedere un film sottotitolato e non aver bisogno di leggere i sottotitoli è un privilegio che di rado mi capita di avere, e che in questo caso ho gustato fino in fondo. Certo tirare in ballo paragoni con il neorealismo solo per lapproccio linguistico e lambientazione popolare pare un tantino esagerato.  Anche perché il realismo della pellicola è solo formale, e a ben vedere le situazioni sono molto distanti dalla realtà della piccola delinquenza urbana. Ammesso che esista ancora una delinquenza urbana che possa considerarsi piccola, in una città come Bari. Ma non serve neanche arroccarsi su spocchiose posizioni délite quando si parla di una pellicola che non ha la pretesa di essere unopera darte ma soltanto un approccio diverso, un tentativo di esplorare (o piuttosto riscoprire) territori inconsueti. Il che è un merito,  come è un merito riuscire  a far lavorare attori di matrice televisiva senza che il film tradisca alcun legame stilistico con il tubo catodico. Piccoli meriti per un piccolo film, per un regista che avrebbe potuto crescere. Purtroppo il secondo film di Alessandro Piva, che aveva realizzato La Capagira autofinanziandosi,  sembra si sia rivelato un flop. (Nè so come avrebbe potuto essere diversamente, con uno sceneggiatore come Veronesi). Peccato. Si spera che il regista, dopo essere passato dallo status di gallina dalle uova doro a quello di promessa non mantenuta, torni a girare  film che si basino sulle idee piuttosto che sulle mode e il citazionismo. Ma forse dovrei dire semplicemente si spera che torni a girare.  Perché resta lennesima dimostrazione della tesi secondo cui fare un  cinema diverso, in Italia, è sempre più difficile.

 

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Viva Zapatero!

Guglielmo di Baskerville aveva preso un grosso abbaglio. Non scorderò mai una vignetta di Sergio Staino in cui il vecchio frate, guardando con gli occhi sbarrati il suo novizio, gli chiedeva: "Il Secondo Libro della Poetica! Adso, dove lhai trovato?" e Adso: "Allegato a LEspresso e Panorama"

Devessere andata proprio così, a giudicare da ciò che si vede nel documentario di Sabrina Guzzanti, opera seconda di questa donna inquieta, un po attrice e un po giornalista, un po comica e un po pasionaria. Sembra una bestemmia (e lo è, ma è noto che non ho remore a bestemmiare), ma la vicenda di RAIot, il programma della Guzzanti, cancellato dopo la prima puntata, mi ha ricordato a tratti quella del libro proibito de Il Nome della Rosa.

Nel romanzo di Eco lottuagenario Jorge, eminenza grigia del monastero, ordiva delitti per nascondere un libro che propugnava la liceità del riso e della satira. Il consiglio di amministrazione della Rai deve evidentemente aver avuto le stesse remore quando ha chiuso RAIot con il pretesto di una querela. Nel 2005 come nel  1325 (o giù di lì) il potere di una risata fa paura. Sopratutto quando si ride del potere. 

I parlamentari chiamati nel corso del documentario a pronunciarsi sulla ragione di questo accanimento hanno sostenuto che RAIot non era un programma di satira. E evidente dunque che, per avere una tale precisa conoscenza dei limiti entro cui deve iscriversi larte della satira, devono aver letto il Secondo Libro della Poetica di Aristotele.  

Adso aveva quindi ragione. Era allegato a LEspresso e Panorama.

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Alcuni perché  

Alcuni perché non esistono. Se ci affanniamo a cercarli, è colpa dello stesso processo evolutivo che ci ha portato a diventare i padroni (dispotici) del pianeta. Nella nostra semplicità originaria di fabbri inventori che ci ha permesso di distinguerci dagli (altri) animali, non sappiamo creare se non oggetti che abbiano un fine pratico, e applichiamo le nostre categorie di giudizio anche a ciò che non nasce dal parto delle nostre menti. Pensiamo che se c’è una causa efficiente per ognuna delle nostre creazioni, dovrà esserci anche per ognuno dei nostri pensieri, delle nostre scelte, dei nostre azioni. In realtà il caso guida spesso i nostri avvenimenti, travestendosi di volta in volta da capriccio, follia o libidine.  

La creazione di questo blog è uno di quei perché che non esistono. Esistono invece altri perché che vorrei spiegare.  

Perché la Zattera  

C’è naturalmente il quadro di Gericault, certo, che mi spinse ad una lunga pausa tra i corridoi del Louvre (accolta dai miei poveri piedi con grida di giubilo).  La Zattera della nave Medusa, mezzo di salvataggio e assieme strumento di tortura, è il contraltare  del traghetto di Caronte: se la sua destinazione è la salvezza, è su di essa che si consuma l’inferno, per tutto il tempo in cui i naufraghi restano attaccati alla vita con i denti, nutrendosi di nient’altro se non della stessa loro carne. Una zattera che attraversa l’inferno per tornare alla vita. Così vorrei che fosse per me questo blog: una Zattera per navigare attraverso i mari tempestosi della conoscenza, di me stessa in primo luogo, e poi degli avvenimenti che viaggiano nel mondo che mi circonda. Una Zattera senza una precisa meta, che vaga soltanto alla ricerca della salvezza.  

Perché Medusa  

Non c’è solo Gericault. Il caso (ancora una volta, lui) fortunato mi permette di citare in due parole il mezzo e il soggetto. La Zattera, e Medusa.  Sviscerare tutti i significati semantici della Gorgòne dallo sguardo venefico non è certo un carico che io possa sobbarcarmi, tanto meno qui. Ma spiegare perché lei, in rapporto a me stessa, questo sì. Medusa è il mostro che si lascia conquistare e uccidere. E’ il mostro che fu donna, fu donna e attraente, e che la lussuria di Poseidone e l’invidia di Atena resero ripugnante e offensiva. Dove un tempo albergava la bellezza, negli occhi di bruma, si fece la morte. E le chiome fluenti si fecero serpi peccaminose e oscene. Il sorriso di latte si spezzò in zanne di cinghiale e la lingua odorosa prese il puzzo del cane. Come Prometeo incatenato alla roccia, come Aiace costretto al suicidio, così Medusa fu schiantata dalla sua iubris verso gli dei. Ma a lei fu negata anche la gloria eroica accordata agli altri. Mostro dentro e fuori, turpe assassina e per di più mortale. La maledizione di Medusa è completa.  Solo identificandomi in una creatura maledetta posso salire sulla Zattera e cercare la conoscenza. Solo chi ha perso tutto tutto può (ri)trovare. Di più, Medusa, nella sua schiavitù, è una creatura completamente libera. Legata solo alle sue due sorelle Steno e Euriale, non deve più niente a nessuno, poiché tutto le è stato negato. Così mi accingo a incamminarmi in quest’avventura, priva di ogni difesa se non quella che mi viene dalla mia capacità di pietrificare chi osi alzare lo sguardo insolente su di me.  

Sono presuntuosa? Certo, la iubris è il mio primo peccato. Ma nel mio piccolo sistema di valori, è un peccato veniale…

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Esistono spazi condivisibili e spazi indivisibili. Finora la mia web life è passata per i primi, spazi condivisi e frammentati, festosi convivi virtuali fatti di brevi scambi, di toccate e fughe dialettiche, di distanze che si superano e poi, col passare del tempo, riaffiorano.

Ora è il momento dello spazio indivisibile. Del continuum che nasce e si sviluppa attraverso un percorso unico, magari ingarbugliato e incostante, ma mai spezzato. Un nuovo spazio da vivere. Un monologo esteriore.

Now is the winter of our discontent made glorious summer by this sun of York

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