Archivi del mese: febbraio 2006

Edwin Marton è in piedi, e trae dal suo Stradivari le note impalpabili del Giulietta e Romeo di Rota. Attorno a lui vorticano come fossero un sol corpo  Tatiana Totmianina e Maxim Marinin, sublimando forza e grazia.

Ora so  cosè la Bellezza.


<!–

–>

Annunci

7 commenti

Archiviato in creature mitologiche

Bazzicando per la rete ho assaporato una madeleine. Un tizio su E-Bay vendeva un feticcio della mia infanzia: LEnciclopedia della Fanciulla.
Erano due grossi volumi con la copertina verde in casa di mia nonna. Chissà per quale oscuro motivo erano stati rilegati solo il numero uno e il numero otto. Gli altri giacevano in unanta del comò, legati insieme con lo spago e del tutto inavvicinabili dalle mie goffe mani di bambina.  Il numero uno aveva ancora la vivace sovraccoperta colorata. Dentro, era pieno di immagini, scritte in corsivo, fantastici elenchi su quel deve e quel che non può fare una signorina per bene. Il numero otto era più serioso, popolato di fotografie di ragazzine anni sessanta con grandi fasce bianche tra i capelli, gonne sotto il ginocchio e calzettoni colorati.
Ricordo un fantastico capitolo intitolato "Le Blusette" su cui campeggiava la foto di una ragazzina con un enorme chignon. Per anni ho pensato che la "Blusetta" fosse quella vistosa pettinatura. Almeno fino a che non ebbi letà giusta per appassionarmi alle blusette…
Quello che non ho mai capito davvero, invece, è chi fossero le fanciulle. Secondo lenciclopedia, facevano delle cose che io, bambina di sei o sette anni, non potevo fare: chiacchierare con le amiche sedute su pezzotto, aiutare la mamma a preparare il ricevimento per la cresima del fratellino, asciugare le zampette al cane, scendere a fare la spesa (mai in pantofole come la sciatta Annetta, o in cappottino e guanti come la vanitosa Mina, ma sempre in soprabito e sporta come la giudiziosa Renata). Crescendo però mi rendevo conto che certe cose che facevano le fanciulle io le avevo belle superate. Per esempio, era ritenuto scandaloso portare il due pezzi, ma io lo portavo da quando avevo tre anni. (Non sono mai andata al mare con la sola mutandina, da piccola avevo un senso del pudore di cui oggi mi vergognerei).

Conclusi così che le fanciulle erano degli esseri mitologici come le sirene e le fate che popolavano i miei sogni ad occhi aperti.
Oggi so di non essere mai stata, nel corso della mia vita, una fanciulla. E non perché non conoscessi il galateo (anzi, tuttora ricordo esattamente la disposizione dei posti a tavola, in auto, in ascensore, e quantaltro…) ma perchè, semplicemente, non si riteneva necessario che io lo applicassi. Negli anni che dovrebbero coincidere con letà della fanciullezza non mi sentivo la creatura soave ed educata che traspariva da quelle pagine. Sentivo inconsciamente che una fanciulla non avrebbe mai picchiato gli amici della sorella più piccola, né si sarebbe lanciata dalla rampa di scale della scuola per dimostrare che non era una cosa da maschi, ma neppure avrebbe disegnato in continuazione coppie di innamorati che si baciavano, nè scritto poesie scriteriate per il moretto della terza A.

No, decisamente, non sono mai stata una fanciulla. Una ragazzina strana, ecco quello che ero. E tutto sommato preferivo così.

<!–

–>

5 commenti

Archiviato in la storia

 

E semplicemente geniale. Dopo tutto, chi di noi non lha mai pensato? Cartonisti e fumettisti ci sono sempre andati a nozze. Capitan America viene intervistato come una celebrità tra le pagine di X Men. Mazinga combatte contro Goldrake. La Stella della Senna prima o poi finirà per incontrare Lady Oscar. Tutto questo non cè  mai sembrato blasfemo. E allora perché non poteva succedere anche centanni fa? Perché lUomo Invisibile non poteva sbattere inavvertitamente il naso sul grugno di Mister Hyde? Oh, è quello che ho sempre sognato. E quello che tutti noi abbiamo sempre sognato, vedere i nostri eroi interagire tra loro, suonarsele sode, e sopratutto suonarle agli altri. E quello che ha fatto Alan Moore.
Il mio primo approccio con La Lega degli Straordinari Gentleman fu un annetto fa al cinema, grazie al film La leggenda degli uomini straordinari, che tradiva lo spirito del fumetto  non meno che il titolo. Film decisamente di basso profilo, del tutto privo di coerenza interna, che non ispirava certo la lettura delloriginale. Forse per questo mi ci è voluto così tanto per decidermi a comprarlo, questo fumetto. Mai scelta fu più ponderata e più prontamente benedetta nellesito.
Perché mi sono bastate due ore per entrare nellInghilterra cupa e fantastica di Moore e uscirne appagata ma non sazia.
Non sazia.. e come avrei potuto esserlo? Una squadra come quella creata, o piuttosto reinventata da Alan Moore avrebbe potuto viaggiare e farci sognare per centinaia di tavole. Invece lAutore, conscio che il bel gioco dura poco, non ha voluto calcare la mano, intuendo che una miscela così esplosiva non poteva restare a lungo stabile. Cè pure qualche pecca nella narrazione, se di fronte a unintroduzione capillare e spettacolare dei singoli personaggi, peraltro molto ben caratterizzati, la vicenda narrata perde puramente di spessore. Così nel primo volume la sfilata dei personaggi resta la parte più gustosa e avvincente, mentre lavventura vera e propria, per quanto ben congegnata, non è che un pretesto per vederli in azione tutti insieme. Nel secondo invece gli spunti sono talmente tanti, e tanto interessanti, che vien quasi da piangere quando la storia finisce. Le citazioni si rincorrono impazzite, ed io ho letto i due volumi talmente in fretta da averne colte, sono sicura, appena la metà. Ma nella citazione Moore sa essere imprevedibilie. Tutti sappiamo chi è Mister Hyde, ma nessuno di noi lo avrebbe creduto capace di fare quello che gli lascia fare Moore. E la bella Mina, è davvero fragile come sembra? E se nascondesse una forza misteriosa…? E quel che si chiede lo spaesato lettore.
Moore si diverte a lasciare molte delle nostre domande senza risposte.

Forse è per questo che lo trovo così intrigante…

<!–

–>

2 commenti

Archiviato in deliri a strisce

Amari Alamari

La Doroty doveva comprare un paio di orecchini da naso prima di partire per la Lunga Assenza, così siamo andate in merceria. In un vecchio quartiere della città più giovane, palazzoni anni 50 e dietro la murgia impietosa a strapiombo sulle cave di tufo. Entro nel negozio tirando giù la maniglia, c’è ancora la maniglia originale di ferro e la porta di legno verniciato, dietro il bancone una signora di sessant’anni con i capelli grigio topo anziché rosso violino intenso o biondo cinerino chiaro. Tira fuori gli orecchini per mia sorella, dietro di lei le vecchie scatole con i bottoni attaccati sul bordo, quelle in cui si va alla ricerca del bottone giusto, incrociando le dita e sperando che ci siano tutti quelli che ci servono.
Mi torna in mente il mio maestro di Tai Qi che per l’ennesima volta mi ripete che il mio kimono ha ancora gli alamari bianchi, e così mi sporgo a chiedere: "Avreste per caso degli alamari di corda neri?"
La donna mi guarda con aria vagamente malinconica: "No, signora, questi articoli non li teniamo più… abbiamo qualche bottone, ma che vuole… ormai, nessuno cuce più."
Eh sì. Una volta i vestiti si cucivano a mano. Mica cent’anni fa. Già quand’ero bambina, ricordo, a Carnevale si compravano le stoffe per fare i vestiti. E i negozi di stoffe si riempivano di sbuffi di raso multicolore, sgargianti e lucidi, di piume per i cappelli dei principi azzurri, di nastri d’argento per i vestiti da fata, di tulle rosa per le piccole principesse. Adesso sono tutti vestiti da Yughi-ho o Bi… Witch. E un vestito da Witch non si può improvvisare, a meno di non ottenere gli scarsi risultati che ebbe mia madre quando cercò di adattare un costume da Fanciulla del West a Lady Lovely per la Doroty. 
E così, niente alamari per il mio kimono. Del resto è comprensibile, chi ha ormai il tempo per sedersi a cucire vestiti? Di più, chi ha mai avuto il tempo di imparare a farlo? Solo fino a quarant’anni fa una ragazza si sarebbe vergognata di non saperlo fare. Oggi che non ci si vergogna più di niente, figuriamoci di non saper cucire, già attaccare il bottone che si è staccato dalla camicia diventa un’impresa di cui vantarsi con gli amici.
Mia madre rammenda ancora le calze, con caparbia convinzione, ben sapendo che quel quarto d’ora che perde a farlo non vale l’euro e cinquanta del prezzo delle calze stesse.
E’ una filosofia di vita, una forma mentis che è difficile perdere. E che pure si è persa nel ricambio di una sola generazione. I nostri livelli di benessere sono così elevati che possiamo permetterci di buttare via tutto quello che si rompe, o quasi. Tanto nel 90% dei casi l’ha fabbricato un cinese a cinquanta centesimi l’ora.
Pare che tra un po’ immetteranno nel mercato le auto di fabbricazione cinese. Forse allora non ci preoccuperemo più di tamponamenti e affini. Tanto quando la macchina si rompe, se ne compra un’altra. Al prezzo di cinquanta ore cinesi.
Lo so, è il progresso che viene incontro alle necessità dell’uomo. E anche alle sue futilità.

<!–

–>

15 commenti

Archiviato in la storia