Archivi del mese: maggio 2006

 

Esistono delle situazioni imbarazzanti in cui una donna giudiziosa non dovrebbe mai mettersi. Una di queste è andare a comprare un costume da bagno. Un’esperienza allucinante. I negozi in cui si vendono i costumi da bagno dovrebbero decentemente essere dei luoghi comodi, luminosi, in cui una donna si senta libera di entrare, rovistare, provare, o anche di chiedere, sottoporsi ad uno sguardo esperto e benigno, ed uscire lieta di aver acquistato un costume che nasconda ogni possibile difetto.
Purtroppo pare che i proprietari di negozi in cui si vendono costumi da bagno hanno una perversione sadica nella scelta delle commesse. Chiariamo una cosa: non ho niente contro questa categoria di lavoratrici, instancabili piegatrici di camicie, votate fin dalla più tenera età alle vene varicose, terrorizzate dall’incubo dei cinquanta euro falsi. Potrei lanciarmi in un’appassionante arringa su quanto le poverette siano sfruttate, malpagate e costrette a turni di lavoro massacranti.
Tuttavia esiste una particolare categoria di commesse, quelle dei negozi di costumi, che potrebbe prendere lezioni di cortesia dal sergente degli Sturmtruppen. Ma insomma, andiamo per gradi.
Entri nel negozio, guardandoti attorno con aria circospetta, e ti avvicini ad una di queste valchirie che ciancia beatamente con l’altra commessa (sono sempre due) di quante telefonate ha avuto dal suo ex e del fatto che non abbia mai il tempo di andare dalla parrucchiera, cosa che ti riempie di meraviglia data l’impeccabilità della sua pettinatura. Vorresti chiederle se hanno la tua taglia per quel costume che ti guardava oscenamente dalla vetrina, ma una serie di piccoli dubbi ti trattiene. Il primo dubbio è che, alla tua domanda sulla taglia, spalanchi gli occhi con espressione tra lo stupefatto e il disgustata e risponda indignata: "Ma signora, questa ditta arriva fino alla 44!" facendoti desiderare di essere seppellita sotto il pavimento. Il secondo dubbio è che, vista la tranquillità con cui continua a chiacchierare ignorandoti, non sia in realtà una commessa ma l’amante del proprietario, usa a intrattenersi nel negozio con il puro gusto sadico di rispondere a chi le chieda un’informazione: "Deve rivolgersi alla ragazza".
Nel dubbio ti metti a ravanare tra i costumi da bagno fino a quando lo spettro del taccheggio non si insinua nella testa della stronza fino a spingerla a chiederti: "Hai bisogno di qualcosa?". Il primo impulso sarebbe quello di voltarti all’improvviso digrignando i denti e morderle un dito, ma ti controlli, immagini di non voler passare le prossime tre ore a discutere con la polizia, e chiedi con la voce più melliflua che possiedi: "Vorrei vedere il costume che è in vetrina"Lei, spietata, incalza: "Che taglia le serve?"
Tu sussurri con una voce strozzata. "Una 46…"
E lei: "Perfetto. Non abbiamo la  46 di quello in vetrina, ma Cavalli ha fatto un modello identico, con una fantasia bellissima, glielo faccio vedere subito" e con queste parole tira fuori un costume verde acido leopardato. Tu lo guardi smarrita e vorresti fuggire, ma lei ti ha già spinto di forza nel camerino. Ora, i casi sono due: o hai una persona caritatevole che ti accompagna e ti consiglia, evitandoti ogni imbarazzo, oppure sei completamente nelle mani della pazza, e non ti resta che cercare di fare meno danno possibile. Naturalmente il costume ti sta malissimo. Nella mutanda praticamente ci sguazzi. Il triangolino del bikini ti copre a stento i capezzoli. Lei si affaccia nel camerino, ti guarda con aria sprezzante e ti dice: "Ma le sta benissimo! Basta solo aggiustarlo un po’ qui e qui e ancora qui" e dicendolo comincia a strizzare e attorcigliarti il costume addosso di modo che temi, dopo, di non riuscire più a toglierlo.
Hai a stento la forza di obiettare: "MI pare che lo slip sia un po’ grande"
"Oh, è solo un po’ accollato. Comunque guardi, ho qui un modello brasiliano che le starà benissimo"
Te lo provi ed è vero, il modello sul sedere ti sta una favola, sembri Jodie Foster nella pubblicità della Coppertone con metà delle chiappe da fuori. Sul davanti, ti fa sembrare un lottatore di sumo.
"Forse ci vorrebbe una taglia più grande" balbetti con un filo di voce, ormai profondamente umiliata.
E qui arriva il colpo di grazia: "Ma signora, Cavalli fa fino alla 46!"
Ormai sei distrutta, ti venderebbe anche il famoso bikini che si appallottola di Postal Market.
Finisci con il comprare il solito costume con il mutandone e il balconcino che ti fa assomigliare a una via di mezzo tra Serena Grandi e Michael Moore.
Naturalmente, con fantasia pitonata firmata Cavalli.

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Baci e abbracci a tutti. Come per venire incontro al mio desiderio di disintossicazione forumistica, il pc si è nuovamente scassato… scrivo per gentile concessione del Tipo che mi ospita virtualmente e carnalmente. Sono costretta a cambiare le impostazioni del blog per poter commentare da lavoro (tristezza assoluta, speriamo almeno che non torni mr Spammer) . Bugia, in realtà era un trucco per costringere McMurphy a registrarsi su Splinder…

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La regola dell’Amico

La regola dell’amico non sbaglia mai…e la regola dell’amica? Generalmente si pensa che sia l’esatto opposto. Nella mia breve storia ho trovato un solo caso in cui si poteva applicare al maschile la canzone degli 883. Si tratta di un mio vecchio amico della parrocchia (luogo di perdizione che ho smesso di frequentare da una dozzina d’anni a questa parte) dietro il quale, a turno, abbiamo sbavato più o meno tutte, senza che il mister ci degnasse di qualcosa di più che una pacca sulle spalle o una sguaiata risata condita di vaffanculo.
Ad ogni modo l’unica di noi che riuscì dopo innumerevoli sforzi a diventare la sua ragazza non ebbe però l’agognato premio, cosa che, adeguatamente sbandierata ai quattro venti, fece cadere il miserabile in disgrazia, talché non m’è più giunta notizia, da allora, di alcuna sua pur fugace storia d’amore.
A parte questo isolato episodio, non mi capitò mai più di veder nascere un’amicizia tra un uomo e una donna e sentir dire da lui: “è solo un’amica” o “non voglio rovinare il rapporto” e altre becerate del genere, a meno naturalmente che l’uomo in questione non avesse già un’altra a portata di mano. In alcuni casi anzi neanche la presenza dell’altra frenava il compiersi dell’inevitabile. Dell’eventualità che l’amicizia potesse degenerare in qualcosa di terribile come una storia di sesso o – peggio! – d’amore non ho mai sentito nessun uomo preoccuparsi.
Questo, naturalmente, tranne nel caso in cui l’amica fossi io. Allora sorgevano tutte le complicazioni possibili e immaginabili sulla faccia della terra. Saltavano fuori oscure compagne di università che la davano via con una facilità impressionante e, cosa contraria a tutte le regole di Cosmopolitan, riuscivano a farlo innamorare dopo avergliela data; o funeree fidanzate semi ufficiali abbandonate in piccoli sperduti paesi del sud italia in attesa del ritorno del loro uomo laureato e contento (fidanzate di cui, naturalmente, gli uomini tendono a tenere nascosta l’esistenza fino a che una non abbia perduto completamente la testa per loro); o ancora esami incombenti di cinquemila pagine che rendono impossibile anche una sola notte di sesso con una donna ma che sono inspiegabilmente compatibili con notti brave a tracannare birre a catena sdraiati in piazza con quella stessa donna; per non parlare delle partite di calcio, di tennis e quant’altro che, notoriamente, obbligano l’uomo ad una forzata, ingiusta e continua astinenza sessuale.
Tutte queste traumatiche esperienze mi spinsero in giovine età a ritenermi un cesso ambulante privo di qualsiasi cosa possa essere associato vagamente al sex appeal. Poi venne il Tipo a salvarmi, ma questa è un’altra storia e verrà raccontata un’altra volta, fatto sta che tutto questo sbattimento  ha provocato in me una forte confusione sulla reale applicabilità della regola dell’amico al sesso maschile. Sarà vero? Non sarà vero? Indico da questo momento un sondaggio sulla sua attuabilità.
Gradite risposte da entrambi i sessi.

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