Archivi del mese: ottobre 2006

Volevo inserirmi sul recente dibattito nato in merito alla legittimità dellingerenza ecclesiastica nella vita politica.

Ma ho preferito lasciare la parola a Edgard Lee Masters.
E non ditemi che non centra niente.

 

Il dottor Meyers

Nessun altro uomo, a meno che non fosse il Dott. Hill,
fece più di me per la gente di questa città.
E tutti i deboli, gli storpi, gli imprevidenti
e quelli che non potevano pagare accorrevano da me.
Io avevo buon cuore, il bonaccione Dottor Meyers.
Ero sano, felice, stavo bene finanziariamente,
benedetto da una compagna congeniale, i figli cresciuti,
tutti sposati e ben sistemati.
E poi una notte, Minerva, la poetessa,
venne da me nei pasticci, piangendo.
Io cercai di aiutarla – morì –
Mi accusarono, i giornali mi coprirono d’infamia,
mia moglie morì di crepacuore.
Io fui stroncato dalla polmonite.

Mrs. Meyers

Protestò tutta la sua vita
che i giornali mentirono su di lui malvagiamente;
che non aveva colpa della disgrazia di Minerva,
ma aveva solo cercato di aiutarla.
Pover’uomo, così affondato nel peccato non vedeva
che anche cercando di aiutarla, come lui diceva,
aveva infranto la legge umana e divina.
Viandanti, per voi un antico ammonimento:
e vostra sarà la strada della letizia,
e i vostri sentieri della pace,
amate Dio e osservate i suoi comandamenti.

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Mia nonna ha ottantuno anni, mio nonno ottantadue.
Si conobbero nell’estate del 1942. Lui faceva il muratore come suo padre, lei aiutava la madre a tirar su una famiglia di cinque figli dopo che il padre era partito per la Guerra d’Africa.

Le avevano detto che in paese c’era un giovanotto che si chiamava Giglio, ed era bello come un fiore. E quando sua madre decise di far imbiancare i muri esterni della nuova casa comprata con i sacrifici del padre in Africa, la Pina si ritrovò per casa quel ragazzo alto e magro, con un profilo virile e uno sguardo fierissimo.

Se ne innamorò subito, e lui di lei. Ma sua madre non poteva rinunciare al suo aiuto in casa. Non poteva permettere che la figlia maggiore si fidanzasse a sedici anni, non mentre il marito era via, lontano, e non poteva controllare quel che lei facesse.
Non trovò altro modo per reagire alla situazione che picchiarla fino allo sfinimento e rinchiuderla in casa. Ma non si può rinchiudere l’anima, e la mia giovane, appassionata nonna continuava a spasimare per il suo bel Giglio.

Si fidanzarono, ma non fu un fidanzamento facile. Erano tempi difficili per tutti. Mio nonno si arruolò in polizia e partì alla volta di Roma. Era sul finire del ’43. Ricordo una sua foto di quel periodo, già con i baffetti, a braccetto con due colleghi, sorridente, come se non vivesse al centro di una guerra che avrebbe in ogni momento potuto chiedere la sua vita. E fu per pura casualità o provvidenza che  scampò ad una rappresaglia dei nazisti, forse proprio quella delle Fosse Ardeatine, grazie a un passante che gli fece cambiar strada.
Una sua cugina non fu così fortunata: morì cadendo da un camion mentre usciva dalla città alla ricerca di cibo. Si era seduta sul bordo per non stare troppo vicina agli uomini che la guardavano con desiderio. Ogni volta che sfoglio le foto di famiglia, il suo volto bello e vibrante di felicità mi fa provare un brivido.

Frattanto mia nonna, al paese, soffriva le pene dell’inferno. Sua madre era terrorizzata dal fatto che il nonno, lontano, potesse tradirla, trovarsene un’altra, lasciarla disonorata. Continuava a ripeterle che non era l’uomo per lei, e alle sue proteste rispondeva caricandola di botte. La madre di mia nonna è l’unica bisnonna che io abbia conosciuto. Mi ricordo che mi faceva paura, con quegli occhi verdissimi e fieri, e i capelli bianchi e crespi come fosse un fantasma. La vita non era stata facile per lei, sola con un mucchio di ragazzini.

Fu la mia bisnonna paterna a salvare la situazione. La madre di mio nonno era una donna alta e scura, dallo sguardo dolce che, sono sicura, ho ereditato da lei. Doveva essere uno spirito raffinato, a giudicare dallelegante grafia, anche se probabilmente non aveva frequentato la scuola oltre la terza elementare. Fece capire a suo figlio che se voleva davvero quella ragazza avrebbe dovuto portarsela via. Altrimenti tra le percosse fisiche e psicologiche sarebbe appassita come un fiore schiacciato.  Accolse la futura nuora in casa, come una figlia, proteggendola dalle ire di sua madre. Certo per la bisnonna materna fu un brutto colpo. In paese avrebbero detto che non era stata capace di tenere a bada la figlia in assenza del marito. E altre cattiverie.

Anche la guerra, per fortuna, finì: e il nonno fu trasferito qui, distante dalla sua amata e dalla sua famiglia. Ma con la guerra non finirono i loro problemi. Non potevano sposarsi, perché all’epoca vigeva la legge secondo cui un poliziotto non poteva sposarsi prima dei ventotto anni. Non erano ancora sposati quando nacque mio padre, e mia nonna chiede ancora perdono al suo  Dio per quegli anni trascorsi nell’amore senza la sua preventiva benedizione. Tornava raramente da sua madre, ma si erano riappacificate.

Così sono passati sessant’anni e adesso trascorrono le giornate a guardare la televisione in due stanze separate e a brontolarsi l’uno contro l’altro.

Ma ogni volta che vado a trovarli mia nonna mi ripete: “Io lo chiamo ancora amore, e lo amo più di quanto lo amassi allora”. Pensavo fosse una di quelle fissazioni che vengono da vecchi, e che ti permettono di tirare avanti. Ma proprio ieri, nel primo cassetto del comodino del nonno, ho ritrovato un pacchetto chiuso con un vecchio elastico. Le lettere della madre, con quella grafia preziosa. Le lettere che  scriveva alla nonna quando lei andava a trovare la propria madre, piene di nostalgia, in cui giurava che mai più l’avrebbe lasciata allontanarsi da lui. E infine  delle romantiche, buffe cartoline anni quaranta, in cui la nonna gli dichiarava appassionata il suo amore. 

 

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