Archivi del mese: gennaio 2007

"La TV commerciale è tale perchè attrae un gran numero di non innamorati, brutti e non in carriera che vivono in un mondo dinferno mostrandogli con crudeltà quale potrebbe essere la loro vita.
Ogni tanto, con metodiche imperscrutabili ne sorteggia uno, mediocre quanto e più degli altri, lo projetta in un reality show e lo rende famoso."
Ringrazio DuRoy per avermi dato lincipit del post, altrimenti non avrei proprio saputo da dove incominciare… Il fatto è che il suo commento al post precedente sembrerebbe il riassunto della trama del libro di Stephen King che ho appena finito di leggere, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luomo_in_fuga”>LUomo in Fuga . Non sono una fan del Re, anzi ho sempre snobbato spocchiosamente i suoi romanzi bollandoli come "puro intrattenimento" e glissando sul fatto che il mio adorato Dumas padre era altrettanto stigmatizzato dagli intellettuali o pseudo tali suoi contemporanei.
Poi Qualcuno mi ha prestato Misery e ho dovuto ricredermi… ma è stato con LUomo in Fuga che ho operato una vera e propria rivalutazione ( di cui però ovviamente non ve ne frega niente, infatti non è di questo che volevo parlare).
Se qualcuno ha voglia di leggersi la trama e rovinarsi così la lettura del libro può farlo liberamente sul link di Wikipedia, non è tuttavia necessario per seguire il mio discorso.
LUomo in Fuga è un libro veramente impressionante per come preconizza certi aspetti della cultura contemporanea, in particolare quella mediatica, e più nello specifico quella televisiva. Venticinque anni fa King descriveva la televisione esattamente comè quella attuale, con un surplus di splatter che ancora, grazie al cielo, manca nei reality attuali, se si esclude la diarrea da astinenza di Sandy Marton e lo squarcio sulla virginea gamba di Giada De Blanc.
Nel romanzo, piccoli uomini ridotti alla disperazione da condizioni di vita al limite della sopravvivenza  vengono attratti dalla speranza di una vincita in denaro  in studi televisivi dove diverranno protagonisti di quiz a metà strada tra il reality show e il vero e proprio snuff movie.  Nonostante i "nostri" reality show siano indubbiamnete meno cruenti, la logica che attira i "concorrenti" è sempre quella del cambiamento del proprio tenore di vita e dellassunzione allOlimpo televisivo.
Come i protagonisti di King sono derelitti della società privi di qualsiasi mezzo di sostentamento, così i concorrenti attuali sono per lo più persone prive di ogni talento (quelli famosi più di tutti, altrimenti non avrebbero certo bisogno di calarsi le braghe per continuare la loro Dolce Vita) escluso quello di voler apparire ad ogni costo.
La molla economica sarebbe ancora un movente dignitoso, ma questa carne da reality non discende dai campioni di Rischiatutto o di Lascia o Raddoppia, bensì dai dilettanti allo sbaraglio della Corrida di Corrado, pronti ai fischi e ai campanacci pur di avere il loro minuto di (in)gloria.
Tuttavia la profezia kingiana si spinge oltre, ad immaginare un mondo devastato dallinquinamento e dalla voracità economica di chi ha in mano il potere, in cui la tv offre allo stesso tempo un riscatto impossibile e sanguinoso ai perdenti e un sedativo alle classe agiate. Un modo semplice e fruttuoso per plagiare la realtà nella forma più favorevole al mantenimento dello status quo. Ogni tentativo di ribellione è ovviamente sedato nel sangue come nel più puro stile bradburorwelliano, in una lotta tra poveri che ben risuona nelle parole del protagonista a un poliziotto: "Hai famiglia? Potresti essere al mio posto, la prossima settimana".
Certo la mano di King è leggera sulla satira sociale e ben più pesante nella vertigine di violenza e morte che si muove attorno al protagonista, come del resto da lui ci si aspetta. Ciò malgrado, pur sottomettendo la storia alle esigenze della suspence,  riesce a dipingere un quadro inquietante di quella che, chissà, sarà la Terra del 2025…
<a target="_blank" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luomo_in_fuga”&gt;
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Non guardo mai la televisione. Mica per snobismo mediatico. Sì, anche per quello, ma principalmente perchè la famosa prima serata è colonizzata in modo permanente a casa mia dal Cellario e La Priora, che si piazzano uno nel salotto e laltra nella cucina, sui rispettivi televisori, ciascuno ascoltando il programma dellaltro perchè tra le due stanze non cè porta ma un decorativo arco a tutto sesto che fa arredamento.
A volte però mi capita di passare e vedere, e passando e vedendo sabato sera mi sono imbattuta nel terrifico (stavo per dire sinistro, ma mi rendo conto che è un aggetivo fuori luogo) show del Bagaglino, che questanno mutua il titolo da una famosa battuta di Totò per rimarcare il turpe saccheggio ai danni delle tasche degli italiani operato dal nuovo (sinistro,questo sì) governo.
Non so se vi siete mai torturati con la visione di  qualcuno di questi spettacoli che ormai rappresentano il triste appuntamento dinizio anno delle reti mediaset. Uno dei punti clou dello show è il balletto canterino che unisce alla satira politica la dovuta porzione di cosce culi e tette allesigente spettatore.
Il caso ha voluto che capitassi davanti alla tv nel mezzo di un balletto. Le ballerine fingevano di cantare un motivetto che diceva più o meno così "ti frugheranno nei cassetti, ti frugheranno nelle tasche, non sarai più sicuro". Ovviamente le parole non me le ricordo, ma il succo era che la lotta allevasione fiscale promossa dal governo sarebbe invasiva e lesionista della libertà dei nostri poveri concittadini.
Ma poveri una sega.
Quelli che negli Stati Uniti sarebbero trattati come criminali, in Italia diventano innocenti vittime dellopprimente sinistra.
Intendiamoci, si può discutere quanto vogliamo sul fatto che le tasse siano o meno alte. Quello su cui non si dovrebbe discutere, in un paese civile, è il dovere di pagarle, da parte di tutti. Anche perché se le pagassero tutti le tasse sarebbero plausibilmente più basse, o i servizi migliori.
Questo atteggiamento vittimista e delegittimizzante della lotta allevasione mi indigna, lo trovo semplicemente scandaloso, ed è frutto di una forma di bispensiero tipicamente italiana.
Il criminale diventa vittima. Il truffato, persecutore. E incredibile con quale faccia tosta si invertano i termini della questione per favorire gli interessi di pochi. Anzi, che dico di pochi, purtroppo devo dire di molti.
E come se quei molti avessero deciso che gli altri pochi debbano pagare le tasse per tutti. E insorgano ad ogni tentativo di rivoluzione di questo status quo non scritto.
Come se fosse un loro diritto evadere le tasse, così come è un dovere degli altri pagarle.
Mi sa che caveva ragione il Vate.

Ahi serva Italia di dolore ostello
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di province, ma bordello.

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Io alla Doroty gliel’avevo detto: che cazzo ci esci a fare con uno che non ti garba?
E lei di rimando non capisci niente, l’amicizia tra l’uomo e donna, la solita prevenuta, non esiste solo il sesso e così via. Ma il destino l’aspettava al varco.
Intanto questo cazzone, che  per comodità d’ora in poi chiameremo Il Bonobo, si è fatto venire a prendere da lei. In pratica ha infranto la regola numero zero del corteggiamento, quella che non è neanche scritta talmente è scontata. Ma questo sarebbe anche il meno, considerato quello che aveva intenzione di fare.
Ha portato (si è fatto portare…) la Doroty in un baraccio insulso ai confini della città, uno di quelli in cui d’estate per rimpolpare la serata mettono su il karaoke e vendono le pentole e i piatti. Manca poco che non la portasse a una riunione della Stanhome, ma la Doroty, si sa, è di poche pretese, e si accontenta.
O meglio si accontenterebbe, se il Bonobo, facendo onore alla promiscuità della sua razza, non arpionasse con lo sguardo ogni femmina non accompagnata nel raggio di cinquanta metri.
La cosa è piuttosto imbarazzante, e lo diventa ancora di più quando fanno il loro ingresso nel bar sfigato due vecchissime amiche del Bonobo, che alla sua vista attivano immediatamente  la modalità “spulciarsi a vicenda per favorire la coesione sociale”. Le Bonobe si sono  dunque sedute al tavolo con loro, catalizzando l’attenzione del maschio e rendendo ancora più furiosa la Doroty, che a quel punto si sentiva Charlton Heston nel Pianeta delle Scimmie.
Dopo lunghe mezz’ore di vicendevoli spulciamenti, finalmente il Bonobo ha capito  che dal lato delle Bonobe non c’era trippa per gatti, e si è ricordato della sua vittima designata. Così ha signorilmente (ehm…) pagato il conto e ha portato (ehm… si è fatto portare) a fare un giro in centro.
In centro hanno incontrato la Matrioska.  La Matrioska è un’amica di infanzia della Doroty. Da ragazzine erano praticamente due gocce d’acqua, ma la pubertà ha portato una serie di trasformazioni a seguito delle quali la Matrioska è diventata tanto alta e larga che la Doroty, rimasta minuta, potrebbe tranquillamente starle dentro. Da qui il soprannome. La Matrioska è sempre accompagnata dal Matriosko, il suo ragazzo, prototipo del fidanzato affezionato carino fedele e perfetto. La Doroty è accompagnata dal Bonobo.
Velo pietoso.
E’ dall’uscita del locale che il Bonobo allunga le sue braccia verso la Doroty con ogni pretesto, e lei comincia ad essere piuttosto stufa di essere placcata come una rugbista, quando lui le propone una passeggiata romantica “in un posto panoramico”. Ovviamente, con la macchina della Doroty.
La Doroty che non è proprio del tutto deficiente. Subodora l’inganno e propone di andare sulla piazza principale, che si affaccia sui Sassi.
Evidentemente non è quello che aveva in mente lui, perché le propone subito di andare sul Belvedere, il che è come dire andiamocene in camporella.

Suppongo che la Doroty abbia avuto la confusa immagine di un tizio che si masturbava nel suo corpo sui sedili della sua macchina.  A un certo punto questo tizio alza la testa e lei vede la faccia del Bonobo. 

Io avrei urlato dall’orrore.

Ma la mia sorellina è una tipa tosta, è riuscita a mantenere la calma e a rispondere soavemente: “Veramente sono stanca, vorrei andare a casa.” Il che tradotto in linguaggio maschile suonerebbe più o meno "Mi fai schifo, crepa".
Il Bonobo ha accusato il colpo. Non aveva molto da obiettare, e per di più non era lui che stava guidando, non poteva tentare un itinerario non programmato.
Si è rassegnato alla compagnia di Federica anche per quella sera.
Mia sorella è tornata a casa ridacchiando. Dà una certa soddisfazione mandare un Bonobo in bianco.

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Confesso senza indugi una passione viscerale per il film Conan il Barbaro.
Passione che mi accompagna dall’infanzia, quando la prima, fuggevole visione della pellicola di Milius impresse per sempre nella mia mente l’immagine di una bionda testa mozzata di netto e di un bambino che cresceva all’ombra di una gigantesca ruota di mulino, in una mirabile rappresentazione della selezione naturale che lo scopriva unico sopravvissuto di una folta schiera di piccoli schiavi.
Non saprei dire quali ancestrali istinti risvegli ogni volta in me la visione di questo film, so solo che sin  da piccolissima avrei voluto essere come la bionda e scattante Valeria, regina dei ladri, alta e flessuosa valchiria tanto spietata con i nemici quanto tenera e appassionata con il suo amante.
La sceneggiatura è linearmente classica, ma ricca di spunti mutuati dalla mitologia che solo un genio come Oliver Stone poteva offrirle. Una storia di lutto e dolore, rivalsa e vendetta, amore e morte, caduta agli inferi e assunzione in cielo.
Milius la pennella di oro come un quadro di Klimt, immergendoci già dalla prima sequenza in un universo oscuro e sanguinario, preistorico e magico, popolato di dèi tremendi per i quali l’uomo non è che un giocattolo di carne e sangue.
Il Conan del film è il superuomo figlio della penna di Robert Ervin Howard, cupamente distante dallo scolpito personaggio dei fumetti Marvel. Sfumato in fosche tinte gotiche resta tuttavia un concentrato di forza che schianta ogni ostacolo fisico e metafisico.
Alla venefica magia di Thulsa Doom non oppone nient’altro che il vigore del suo braccio e la passione di Valeria che, al pari di Alcesti, baratta la propria vita con quella dell’amato.
Quella di Conan è una condizione di proscritto volontario. L’uomo che la società corteggia e che dalla società non si lascia sedurre, perché sa che se cedesse diverrebbe nuovamente schiavo.
In fondo è l’ideale di libertà che ho sempre sognato. La libertà dell’autarchia, l’autarchia dell’uomo forte che non ha bisogno d’altri che di se stesso per sopravvivere. Suona reazionario, e invece è rivoluzionario, come ogni forma di estremo individualismo.
E’ la vitalità pulsante che si oppone alla corruzione mortifera del potere, e per una volta lo schiaccia e lo vince.
E’ l’utopia dell’uomo solo che sconfigge un esercito, della storia che ha la meglio sulla superstizione, della lama d’acciaio che spezza i sigilli d’oro e pietre preziose.
E’ la celebrazione dell’amicizia nata per strada, dell’amore totalizzante opposto alla ricerca ossessiva della soddisfazione dei sensi, della spiritualità naturale spoglia di religiosi orpelli.
Nel bellissimo finale Conan volge le spalle a tutto quello che il mondo gli offre: il potere, la gloria, l’amore cieco che sconfina nell’idolatria.
L’unica cosa che davvero voleva l’ha persa per sempre. Come Achille dopo la morte di Patroclo, è un vincitore sconfitto.
Nient’altro gli resta se non ricominciare a correre, con Subotai accanto, come chi abbia fretta di godere la pienezza della vita.


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ApoCalippo

Esce nelle sale la nuova fatica dellex strafigo da paura Mel Gibson. E giù polemiche perchè lItalia è lunico Paese (ma sarà davvero lunico…? mmmmmh… sul punto nutro dei dubbi che Google non è riuscito a fugare del tutto) in cui il film non esce vietato ai minori di 18 o 14 anni. Senza censura, dicono.
La prima cosa che mi fa andare in bestia è che si parli di censura quando in realtà vietare un film ad una categoria di possibili utenti non vuol dire affatto censurarlo. La censura presuppone un intervento invasivo sullopera che non condivido in nessun caso. La mia idea è che se qualcuno ritiene che unopera artistica possa ledere un proprio diritto o causargli uno shock è liberissimo di evitarla (quando è libero di farlo: diverso sarebbe il caso di uno spot o un manifesto pubblicitario, che ti aggredisce alle spalle, di sorpresa, e che spesso è più violento o sessualmente aggressivo del film vietato che sta passando rigorosamente in seconda serata).
Del resto vien da chiedersi che senso abbia vietare un film ai minori di diciotto anni quando quegli stessi minori possono comprare il dvd pirata dello stesso film sulle bancarelle due giorni dopo che il film è uscito, ad un prezzo spesso minore di quello del biglietto.
Però (arriva il però…) la possibilità di vietare i film esiste ancora, e se esiste, o decidiamo di eliminarla del tutto, oppure la applichiamo quando serve, e se in un film si assiste a succulente scene di tagli di teste e strappi di cuori palpitanti dal petto, porca miseria, ci saranno gli estremi per questo benedetto divieto!
Invece no. In Italia la violenza non fa scandalo, come non fa scandalo la passera. Nel nostro paese fa scandalo una sola cosa, vale a dire la sessualità epurata dai sensi di colpa, nonchè ovviamente qualsiasi inquadratura anche di sbieco di un membro maschile.
Quindi al via il divieto per Brokeback Mountain, Reinas, o anche My Summer of Love, ombrosa storia di sesso e possessione demoniaca tra due ragazze adolescenti. Non a caso Natalia Aspesi stamani a Uno Mattina commentava che in Italia il divieto si applica quasi esclusivamente a film a sfondo sessuale… Omossessuale, direi piuttosto io. Scannatevi e straziatevi pure quanto vi pare, purchè vi manteniate ben lontani dai reciproci culi… vedi titolo.
Io invece sto film lavrei proprio vietato ai minori di quattordici anni. Perché non si può sperare che non ci siano genitori così stupidi da portare un bamino di sette o otto anni a veder straziare cuori e teste. A tal proposito diversi anni fa ci fu il caso di un avvocato che aveva citato per danni il cinema in cui aveva portato il figlio decenne a vedere LUomo Senza Ombra di Verhoeven. Credeva si trattasse di un "fumetto" e si era trovato davanti una scena di stupro in piena regola.
Ad ogni modo, quel che resta di questa storia è solo una gran pubblicità per un pessimo regista.
Quindi per ovviare alla pubblicità che anchio gli faccio, mutuerò un famoso spot degli anni 90 in cui compariva la famiglia Addams.
E con sguardo spettrale e menagramo da Mortisia vi intimerò: non guardatelo.


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Nel primo pomeriggio di un giorno di festa, quando tutti sono ancora a tavola, a consumare il luculliano pranzo del primo giorno dell’anno, pure se il pallido sole invernale già s’accosta all’orizzonte, mi chiudo alle spalle la porta di casa. Lascio una morra di parenti intenti a giocare pigramente a carte e a tombola, infilo nelle orecchie le cuffiette dell’I pod e parto per un viaggio.

Un viaggio nella più lontana memoria, perché per scacciare una nostalgia fresca di poche ore non c’è che cacciarsi in una nostalgia ancestrale, quella dei primi anni di vita.
E così mi aggiro per le stradine del vecchio quartiere della casa dei nonni, dove da bambini giocavamo a perderci, tra i palazzi tutti uguali dell’Ina Casa, sotto i cipressi e i pini che con il quartiere sono nati. E continuo lungo quella strada che a volte percorrevo da ragazzina, d’estate, per andare in centro, perché non esisteva il motorino (per me non è mai esistita nemmeno la bicicletta) e tanto meno la macchina di mammà. Ma non è che una scusa per raggiungere i veri luoghi del ricordo.

La mia scuola materna è un edificio basso, di uno stinto verdino, abbandonato da anni. Tutti i vetri delle finestre sono rotti, e sulle scale esterne c’è un tappeto incolto di aghi di pino. Il giardinetto in cui facevamo il girotondo è un intrico di cespugli che non lasciano passare la vista, e la siepe di cipresso che cresceva tutt’intorno al cancello è diventata un muro impenetrabile. Pure riesco a trovare un buco nella vegetazione da cui scorgo le finestre della mia classe, e la porta a vetri che dava sul giardino. Provo una stretta allo stomaco. Ma sono fortunata, non l’hanno ancora buttato giù, com’è stato della vecchia ala della scuola elementare.
Torno indietro nella strada in cui, si può dire, sono nata. Attraverso i cortili dove  litigavamo con gli altri bambini (“qui c’è scritto proprietà privata, non si può entrare!”), vado a spiare quello che una volta era il nostro campo da gioco preferito e che adesso è il terreno su cui poggia un gigantesco complesso di uffici. Passo persino davanti al garage della mia vecchia casa, ma non è più un garage, è lo studio di un geometra. Risalgo dal cortile giusto in tempo per vedere qualcuno uscire dal portone. Stupida che sono. Avrei potuto chiedergli di farmi entrare, salire le scale, andare a guardare il pianerottolo dell’ultimo piano dove arredavamo la casa delle Barbie o leggevamo i fumetti di Topolino, io e Stefania, sette e nove anni, due testoline già piene di strane idee.

Invece tiro avanti, passo nel cortile dove osservai, con supremo disgusto, dei ragazzini che sventravano una lucertola viva, davanti ai negozi che non sono più gli stessi, e chissà che fine hanno fatto le due figlie dei due macellai della strada, la Flora e la Daniela, e Vitalba, che abitava in quel portone bianco e rosso…

Continuo, oltrepasso di nuovo la scuola, entro nel quartiere in cui abitavano i miei nonni materni. La chiesa dove sono stata battezzata, dove ho visto il mio primo film al “cinema” dell’oratorio, Cenerentola. Sotto il portico con il pavimento in cotto alcuni negozi ci sono ancora, quello della parrucchiera Carmela che mi tagliò i capelli cortissimi, ad agnellino, ed aveva una figlia bionda e antipatica. E mi affaccio a spiare l’angolo del palazzo che sporge verso l’esterno, residuo di un pessimo progetto edilizio, sul quale arrampicarsi era un’impresa titanica, ma ancora più difficile e a me proibito era passare, una volta arrampicatisi, dentro il portico, scavalcando la ringhiera. Ora invece sarebbe facile, perché qualcuno l’ha sradicata via, e il portico si affaccia pericolosamente nudo a un metro da terra senza alcuna protezione.

Il caseggiato dove abitavano i nonni materni è rimasto uguale a dodici anni fa, quando il diabete che la torturava si portò via mia nonna, già vedova da undici anni. Qualcuno ha sostituito i vecchi portoni di pesante legno con moderne porte in alluminio e vetro, ma i pini di cui ci affannavamo a cercare i pinoli per poi schiacciarli con i sassi sono rimasti gli stessi, soltanto un po’ più alti, ed uno di essi si è rivestito di un manto di edera sbucata da chissà dove.

Un’ultimo pellegrinaggio alla statua di De Gasperi, la mia prima richiesta a Babbo Natale (“Cosa vuoi da Babbo Natale?” “Voglio una statua piccola piccola di De Gasperi” e a quella comunistaccia della Priora si rizzavano i capelli in testa).

Ma sento da lontano il rumore degli spari, ragazzacci con i petardi, ne ho un terrore cieco, sono costretta a cambiare strada.

Esco dall’alveo dei ricordi, ma mi resta in bocca il sapore dolce e amaro del passato che non ritorna, neanche quando ti scorre davanti agli occhi come un film.

PS: ho trovato questa bellissima foto di Henry Cartier Bresson della statua di De Gasperi… sarebbe stato un peccato non farvela vedere.
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