Archivi del mese: agosto 2007

Stamani, allennesimo sorpasso del tamarrese in Golf 1900 TDI che mi taglia la strada e si incoda al camion quando era finalmente il mio turno di sorpassare, mi è salito alle labbra un insulto anomalo, al posto del solito figlio di e grosso scroto.
Ho aperto la bocca e gli ho urlato: "CORONAZZO!!!"
E stato un toccasana. Il potere sfogante di questa parola è miracoloso. Riesci a dare in un sol colpo a una persona del ladro, del venduto, del fighetto, del bugiardo e del vigliacco. Il tutto senza risultare (eccessivamente) volgare.
Certo, non è altrettanto fine che dargli dello zoticone. O del pederasta pervertito (che però è un insulto politicamente scorretto, anche se raffinato). Però sfoga molto di più.

Soprattutto se loggetto dellinvettiva guida una golf, indossa occhialoni e sfoggia una pettinatura a cresta di cedrone.
Son soddisfazioni.
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Archiviato in mon ton

Le vacanze stanno finendo. Quelle degli altri, ovviamente.
Io ho ancora un colpo di coda la prima settimana di settembre, in termpo per rinvigorire labbronzatura prima delle due occasioni mondane dellanno, i due sposalizi (questa parola genera in me ansia minore che il suo sinonimo di più largo uso…) sul finir dellestate.
Per loccasione ho comprato le mie prime scarpe con i tacchi a spillo. Ebbene, si deve crescere, non si può restare delle adolescenti stravaccate tutta la vita, occorre cominciare a vestirsi da donna, anzi da professionista, come direbbe il Viveur Napoletano.
Ovviamente sto rimandando di giorno in giorno la tortura dellallenamento. Certo, perché per portare quelle robe scomode le dodici-quattordici ore che costituiscono la durata della cerimonia non è mica cosa semplice….
Per ora li ho portati un giorno intero al lavoro, pregando il Capo di non compiere la seguente, perversa, quotidiana sequenza:
1- Chiama al telefono: "Tesoro, vieni un attimo"
2 – Arrivo nel suo ufficio
3 – "Mi porteresti il modullo 209 /bis?"
4 – Torno nel mio ufficio, prendo il modulo
6 – Glielo porto nel suo ufficio
7 – "Va behe, compilalo e portalo al Salentino Nero"

Naturalmente, ho pregato invano.
A sera avevo i piedi grossi quanto due salsicce di Tricarico.

Le vacanze stanno finendo. Quelle degli altri, per fortuna.
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Archiviato in acqua calda

Da bambina volevo guarire i ciliegi.
Questestate sono tornata nei luoghi della mia infanzia. Un minuscolo borgo sul mare, racchiuso tra una montagna spaccata e la punta della baia, un piccolo angolo di mare incontaminato, di quelli che si racconta non ci siano più.
Avevo cinque, sei, sette anni. Non conoscevo del mondo nientaltro se non la mia cittadina,  il paesello di origine di mio padre, e il borgo di mare.
Quelle case bianche, quelle minuscole ville aggrappate al promontorio, seminascoste dai pini imponenti, rappresentavano lalterità della vita.
Il mistero che si sichiude, lo sguardo che va oltre. Ciò che per la prima volta stupisce e poi diventa abitudine al diverso.
E le case del paese, con le loro porte sulla strada, allineate una accanto allaltra, così diverse dai condomini cittadini con gli appartamenti impilati uno sopra laltro in un nodo di scale… Qui le scale non erano nellandrone, ma dentro gli appartamenti, come nei film americani che vedevo in televisione.
Io mi chiedevo il perchè di quella diversità e non riuscivo a rispondermi.
Uno dei ricordi più vividi che ho è legato alle scomode tende fatte di listelli di legno, davanti alle porte. Si potevano avvolgere su se stesse e tener su con un giro di spago, oppure restavano a coprire lingresso per difendersi dagli insetti, e per entrare bisognava sollevarle appena. Me le ricordo perché non riuscivo ad inserirle in una categoria conosciuta, quelle cose a metà strada tra la tenda e la serranda, e solo quando, anni dopo, cominciarono ad essere sostituite dalle veneziane, riuscii finalmente a trovar loro una collocazione logica.
E ancora mi affascinavano i bagni, quei variopinti bagni anni settanta, con i sanitari colorati di un tono più chiaro delle piastrelle, dai disegni strani, ipnotici. Sfruttavo la presunta incontinenza infantile per chidere di far pipì in ogni nuova casa che visitavo, e poter così entrare in quei bagni meravigliosi, colorati, di forme strane, che mi sembravano i bagni di un castello da fiaba.
Credevo alle fate, da bambina, ero già allora la stupida sognatrice di adesso, e quel mondo marino e agricolo rappresentava, per me, quanto di più vicino ci fosse al Paese delle Fate che leggevo e sognavo.
Mi sembrava che sarebbe bastato fare un passo un po più a sud e un po più ad est per raggiungerlo, e io, a differenza di Doroty, non sarei più voluta tornare dal regno di Oz.

Forse per questo mi resta, ancora oggi, un desiderio premente di viaggiare. Nella speranza di cogliere atmosfere diverse, in un desiderio struggente daltro, come se ogni nuovo luogo visitato fosse ad un passo dal Paese delle Fate.

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