Archivi del mese: luglio 2010

She, devil

In attesa che youtube carichi il fighissimo video di Lisbona, mi viene voglia di raccontarvi un po’ delle disavventure accorsemi nella tremenda giornata di ieri.

Intanto, quando è giorno di partenza del Lombardo Veneto per le patrie gale… pardon, terre, sto sempre un po’ girata di scatole per principio: si annunciano giorni freddi e solitari. Aggiungeteci l’imminenente fine delle ferie e l’incipiente mal di testa premestruale e avrete un’idea, seppur vaga, dell’umore.

Il viaggio di andata è stato discreto (a parte i soliti pirati della strada) considerando che era giornata da bollino rosso; al ritorno invece, com’è come non è, sulla lunghissima e famigerata deviazione Altamura – Matera si piazza davanti un maledettissimo scavatore a venti all’ora, che blocca il traffico già di per sé intenso per un quarto d’ora. Mentre bestemmio l’assurdità di una legge che in una giornata di traffico intenso impedisce ai mezzi pesanti di camminare ma consente il transito di questi dinosauri e mufloni (perché cornuti sono, i maledetti) arrivo finalmente all’Ipercoop, dove decido di fermarmi per una spesa veloce.

Ovviamente dimentico in macchina la sporta dei surgelati, perciò mi affretto a prendere per ultimi i tranci di merluzzi e mi avvio verso le casse, fortunatamente, vista l’ora (erano le due e mezza) quasi vuote.

Però avrei dovuto immaginarlo. La cassiera era identica, neo a parte, a Roseanne Barr. La tipa davìanti a me aveva quattro stupidaggini, così ero convinta di fare presto.

Illusa.

Si dette il caso che la tipa era una collega di Roseanne, che aveva degli sconti speciali da dipendente, e che voleva quattro scontrini diversi per le quattro stupidaggini che aveva preso. Come se non bastasse, hanno attaccato il bottone, incuranti del fatto che dietro di me c’erano altre persone in fila. La mia roba era tutta accatastata su un lato del nastro perché la malefica si ostinava a non farlo scorrere.

A un certo punto i signori dietro di me hanno dato forfait. Si è avvicinato allora un altro signore, alché Roseanne, degnandosi finalmente di alzare gli occhi, gli ha detto: No, la cassa è chiusa.

Sono andata in Berserk. Il fumo mi usciva dalle orecchie. Le ho urlato che ero lì in fila da un quarto d’ora (ed era vero), che tutta la mia roba era già sul nastro e che non l’avrei certo rimessa nel carrello, e che esigevo (ovviamente non ho usato questo termine, mai e poi mai l’avrebbe capito) che mi facesse il conto e mi facesse pagare.

Al che lei, con la massima flemma, mi risponde: Signora, ma io a lei non ho detto niente.

Il che voleva dire, nel suo stupido linguaggio da terza elementare, che non avendomi cacciata dalla cassa era ancora intenzionata a battermi il conto.

Ho abbozzato, mi sono fatta fare il conto, ho sbagliato il pin del bancomat e ho chiesto pure scusa.

Ma l’aspetto al varco. Prima o poi sarò io dall’altro lato della cassa…

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Ancora co’ ‘ti Sassi..!!

Diciamocelo, dài: è ruffiano. Inserire ‘sti Sassi dappertutto, quando si parla di Matera, solo perché sono la cosa che la rende famosa… E’ quell’antipatico strizzare l’occhio al lettore dicendogli: vieni che ti porto a vedere casa mia. Una promessa non mantenuta, del resto. Come non era mantenuta la promessa del titolo precedente, Mille anni che sto qui, citazione di Marquéz quando il modello poteva essere, se mai, l’assai più mite e popolare Isabel Allende.

Ah già, di chi sto parlando. Vabbè, l’avevo detto, no? Di Come piante tra i sassi, ultima fatica della gloria nazionale letteraria lucana. Bon, sono in ritardo, lo so bene che è uscito da un pezzo, e allora? Mica scrivo quel che penso di un libro perché va di moda. Lo scrivo dopo che l’ho letto, e se proprio trovo qualcosa da dire. Che poi criticare un libro di Venezia fa tanto Nemo profeta in patria, ma siccome profeta in patria ogni lucano lo è, perché la sete di fama dei miei concittadini è tale che accetterebbero anche l’ambientazione della pubblicità della crema per emorroidi pur di aumentare l’afflusso turistico nell’urbe, mi ritengo a ben vedere una mosca bianca.

Che poi il libro non è che faccia proprio pena. A tratti è divertente, e la protagonista è gustosa. Se non fosse per l’intrigo giallo con risvolti di attualità del tutto privo di interesse e di approfondimento, sarebbe pure godibile. Ma il difetto di Venezia è sempre lo stesso, una superficialità che fa urtare il nervosismo. Superficialità già nel descrivere i luoghi di una città da cui, evidentemente, manca da tempo; abbastanza da non sapere che i ragazzini che fanno sega (filone) a scuola mangiano la focaccia di Paoluccio e non quella assai più industriale della Casa del Pane. Città da cartolina, ipoteche che scadono se non vengono pagate (fiiiiiigo…), carabinieri che in un’ora e senza mandato riescono a scoprire che la vittima non ha un conto aperto in nessuna banca della provincia (alla faccia della privacy…). 

Ok, la protagonista è politicamente scorretta quel tantino che serve a non annoiare il lettore, ma poi alla fine resta una brava madre di famiglia, che nemmeno lo immagina il tradimento infuocato con il bel carabiniere… e la ragazzina che resta incinta col bambino che fa? Se lo tiene, ma stiamo scherzando, nel Paese della legge 40? Anche a voler sorvolare sulla misoginia strisciante che si nasconde efficacemente dietro le apparenze di una forte figura femminile, c’è di che sbuffare ogni tre pagine.

Il Lombardo Veneto dice che non è colpa dello scrittore, che io non dovrei leggere certi libri, perché i confronti non li faccio con Montalbano o Giordano, ma direttamente con Zola e Marquèz, e anche Ammanniti ne uscirebbe con le ossa rotte.

Ha ragione, è tutta spocchia da pseudointellettuale. Però è pure vero che se una intitola il primo libro citando un Nobel della letteratura, e prende il Campiello in opera prima, un minimo di aspettative nel lettore le genera.

Ad ogni buon conto finisce nel tag delle Promesse Non Mantenute. Ci rifaremo con il prossimo libro, anche se dubito che Ziandonietta, dopo l’accogienza che ha ricevuto per questo, continui a regalarmi i suoi titoli…

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Sole terra e mare

La lista dei libri delle vacanze, quest’anno, è piuttosto lunga. Ma non troppo impegnativa. Ho riempito una borsa di libri perché comprare libri in villeggiatura si rivela sempre un pessimo affare. E poi, per una volta che il mio momento costruttivo/migliorativo coincide con la partenza per le vacanze, è il caso di approfittarne, vi pare?

Quindi quest’anno niente libri da ombrellone. La pausa me la sono concessa prima di partire, attaccando (ed avendone la meglio con estrema facilità) Come piante tra i sassi di Mariolina Venezia, che sarà protagonista del prossimo tag ti stronco. Il fatto che alla partenza mi mancassero altre 40 pagine è stato provvidenziale, in quanto in queste lande il prezioso tomo si è rivelato eccellente sostituto del tappetino del mouse.

La lista vacanze invece è stata accuratamente selezionata.

Ho fatto appositamente una puntata in libreria per procurarmi La versione di Barney, solo per scoprire che potevo farmelo prestare da Fourx; non è per tirchieria: è che i libri che compro non so veramente più dove metterli. Ma mi è bastato leggere le prime settanta pagine per capire che questo è un libro che voglio possedere; certamente voglio possederlo più del libro della Venezia, che occupa quasi lo stesso spazio (e che, ovviamente, mi è stato regalato).  Quando sarà il momento di buttare qualche libro dalla Torre, ce ne saranno certamente molti che potranno prendere il posto del capolavoro di Mordecai Richler.

L’Orologiaio Cieco di Richard Dawkins languiva invece sulla libreria da tempo. Non certo perché non avessi voglia di leggerlo. E’ che l’ultima fatica dell’etologo britannico, Il racconto dell’Antenato, ha mantenuto i suoi effetti per un buon semestre. E siccome Dawkins non è prolifico come Dumas, e quando avrò finito di leggere tutti i suoi libri sarò piuttosto triste, sto cercando di centellinarlo. L’ho portato al mare perché non c’è niente di meglio che leggere Dawkins a contatto con la natura…

All’Ipercoop c’erano i libri con lo sconto del 30% e quando ho trovato un titolo di Saramago non ho saputo resistere alla tentazione. Era dal ritorno da Lisbona che avevo in programma di leggere questo autore, finora a me completamente sconosciuto, ma che da quanto letto su di lui prometteva benissimo. Il fatto che meno di un mese dopo la mia tardiva scoperta sia morto è  solo una coincidenza che fa ora apparire questa scelta più banale di quanto non fosse. O meglio, è una tragedia, non una coincidenza, e mi sento di dirlo a priori, anche se magari questo Memoriale del Convento dovesse rivelarsi una palla. Voi direte perché Memoriale del Convento e non invece Cecità che mi era stato consigliato, tra gli altri, da Brumella? Per tre motivi. Perché cominciare a leggere un autore dalla sua opera migliore vuol dire che, dopo, tutte le altre sembreranno un po’ meno belle. Perché Memoriale è stato pubblicato da Feltrinelli e non dalla Einaudi che Saramago ha rinnegato (e come poteva essere diversamente, per una casa editrice che è passata dalle gloriose mani del nome che porta a quelle di Berlusconi…). E last but not least perché Cecità non era in sconto del 30% all’Ipercoop…

Infine ho buttato dentro la borsa l’ennesimo libro di Dumas padre. E’ pur vero che non sono mai riuscita a finire la sua biografia di Napoleone (ma si tratta anche di non ricordarmi più dove l’ho messa…) ma insomma questa è una biografia di Maria Stuarda (è anche il titolo) figura che mi ha sempre oscuramente affascinato, forse perché c’era un ritratto storico su di lei nell‘Enciclopedia della Fanciulla. Me lo tengo per ultimo perché è meno probabile che riesca a leggerlo, perché sì, insomma, si sa che Dumas è uno dei pochi scrittori di cui è certo che non si possa dire Dumas è sempre Dumas, visto il suo uso disinvolto di "negri" che lo hanno aiutato a completare i centinaia di romanzi scritti.

Se poi proprio dovessi finirli tutti, c’è sempre il thriller del Lombardo Veneto da spolpare. Ammesso che lui riesca a finirlo, visto che attualmente è seduto accanto a me sul divano che legge Starbene. Forse devo preoccuparmi.

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