Archivi del mese: agosto 2010

Ad occhi chiusi

Ho finito ieri di leggere Cecità di Saramago. E’ un romanzo straordinario, ma un punto in particolare mi ha colpito, ed è da quel punto che nasce questo post.
A un certo punto della storia i progaonisti si imbattono in un o scrittore cieco; uno scrittore che, nonostante la cecità, non ha saputo perdere il vizio di scrivere; privato della propria casa e quindi, probabilmente, anche della propria macchina da scrivere, in un periodo in cui forse ancora non esistevano i word processors, ma se esitevano, certo non era possibile utilizzarli nel mondo del romanzio ormai privo di elettricità, il professore utilizza  una biro e un foglio di carta su un supporto morbido er continuare a scrivere, seguendo con le dita l’imprimatur del l’inchiostro  nel foglio.
Cos’è più difficile, in questo caso? Uno spenserà che si a la opossibilità di trovare il capo per scivere.
Non è cosìò Ho imparato a scrivere a tastiera cieca una quindicina di aanni fa, con un vecchio manuale di dattilografia.
La cosa più difficile, me ne rendo conto ora, non è scrivere correttamente, quanto seguire il filo logico della scrittura senza perdere il senso, senza perdere la grammatica.
Questo è un post scritto a docchi chiusi. In onore di quel vecchio scrittore che non aveva, come me, la comodità del word processor e della scrittura a tastiera cieca. Sicuramente ci saranno degli errori di ortografia, ma gli errori più grandi, io temo saranno di analisi logica. perché è tanto difficile seguire il filo logico dei proprio pensieri senza perdersi, senza potersi rileggere, e stando anche attenti a non commettere troppi errori di orttografia.
La vista è solo uno dei nostri cinque sensi.
Ma è oil più importante nella nostra precezione sensoriale. Togliere a un uomo la vista è come togliere a una talpa l’olfatto, a un pipistrello ludito.
Forse è per questo che il nostro mondo si basa così tanto sulla ugace apparaenza.
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Finché la barca va

 
Orietta Berti somiglia a mia zia. In comune hanno anche la malcelata tendenza a dispensare a larghe mani la loro strabordante saggezza.
Si sa cosa pensiamo noi giovani ruspanti (pfffff…) dei consigli  degli anziani (lo sa molto bene, per esempio, il Lombardo Veneto, altro gran dispensatore di massime e consigli…); tuttavia ci sono dei casi (rari) in cui tali consigli possono risultare preziose perle di saggezza.
 
Mi capita spesso di canticchiare la nota canzoncina finché la barca vaaaaaaaaa, lasciala andaaaaareeeee non mi metto certo a riflettere sul profondo significato del brano.
 
O almeno, non l’avevo mai fatto, fino a stamattina. Sarà stata la scarsità di lavoro, o l’avvicinarsi di settembre, mese della rinascita per eccellenza, che mi rende particolarmente riflessiva, fatto sta che mi sono ho ripensato alle parole della canzone, e ho trovato che si adatta a pennello alla mia situazione.
 
La barca va, eccome se va. E forse proprio perché va così spedita mi vien voglia di remare per farla andare ancora più veloce. O forse è il vento che soffia in una direzione che non è esattamente quella giusta, e tutta ‘sta fregola di remare è solo per correggere la rotta?
 
Ebbboooh!!! Certo, fino ad ora non è che mi sia stancata più di tanto a remare, tanto meno a remare contro vento. Sarà per il mio Tratto Pantofolaio :sims3: o solo perché nella vita ho avuto talmente culo da non dover sgobbare per correggere la rotta? O sarà perché è giusto seguire la corrente per trovare il proprio posto nel cerchio della vita? Però se ogni mattina ti alzi e non ti metti a correre rischi di finire tra le fauci del leone o peggio a bocca asciutta… e se invece avesse ragione il cinese che aspetta sulla riva del fiume il cadavere del nemico? Allora avrebbe ragione anche quello che tutte le sere torna a casa e picchia la moglie e sinceramente di uno così non mi fido per niente, quindi meglio lasciare da parte i cinesi e tornare alla buona, vecchia, cara Orietta Berti.
 
Insomma, c’è un buon consiglio per tutti i gusti. A ravanare nei mantra tibetani, nelle cantilene africane, nei sanremo italiani e nella new age brasiliana c’è solo l’imbarazzo della scelta. C’è una risposta confezionata per ogni esigenza emotiva, psicologica ed escatologica.
 
Proprio come quando vai a comprare il deodorante: antitraspirante, anallergico, in polvere, in spray, in stick, in crema, durata 24 ore, durata 7 giorni, al profumo di mosto selvatico, alla pera, inodore, con la faccia di Hallo Kitty o a forma di culo di Barbie. Dopo un quarto d’ora sei ancora lì che tenti di scegliere, ed è solo roba per non puzzare sotto le ascelle.
Figuriamoci quando si tratta di scegliere una regola di vita.
 
Comunque da oggi almeno su una cosa non ho dubbi: tra Coehlo, Ron Hubbard e Zia Orietta preferisco senz’altro affidarmi all’ultima.
 
 

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Amo l’ Estate

Amo l’ Estate almento quanto Odio Il Natale.

Il bello dei luoghi comuni è che puoi sceglierti i tuoi preferiti e ricavarne la tua filosofia di vita.

Io Amo l’Estate. Amo schizzare via dall’ufficio il venerdì pomeriggio per imprecare un’ora e mezza sulla 106 alla volta delle spiagge. Amo fare il bagno al mare, uscire dall’acqua, lasciarmi asciugare dal sole per cinque minuti e affrontare poi una lunga passeggiata sul bagnasciuga. Guardare quant’è buffa la gente, e quanto sono belli i corpi delle persone, così diversi dalle immagini finte che fanno capolino da ogni media.

Amo il sollievo che deriva da una brezza leggera nella canicola, il silenzio assonnato della città stordita dal caldo, il rientro a lavoro dopo un fine settimana rilassante, la vogliia di ricominciare.

Amo la tranquillità del Ferragosto cittadino, il riverbero del sole sui tetti delle case, l’ignavia portata dal caldo.

Amo i vestiti leggeri, gli smalti colorati sulle unghia dei piedi, i lucidalabbra profumati.

Amo la frutta estiva, succosa e colorata, la tv d’agosto che trasmette film anni ’80 e spezzoni di varietà.

Amo gli spettacoli per strada, il cinema all’aperto, e le sere calde che passo in casa perché sono troppo pigra per la cultura.

 

Amo l’Estate.

Come tutti.

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