Archivi del mese: settembre 2010

In qualche posto in cui annoiarsi in pace.

Che noia, il Leone d’Oro di quest’anno. Un film lento, ma lento, che comincia con una Ferrari che fa un giro di pista. E un altro. E un altro. E un altro ancora. E’ una delle poche riprese non in soggettiva del film, ed è un rodaggio. Non della Ferrari: dello spettatore. Un po’ come le prime cento pagine del Nome della Rosa, solo chi supera lo scoglio può godersi il libro.

Guardando la prima sequenza, dovremmo immaginarci cosa ci aspetta. Invece è dopo un po’ che capiamo il significato di quelle lunghe sequenze in cui non succede niente. Niente, per lo meno, che sia “funzionale alla storia”. Perché la loro funzione è invece, deliberatamente, farci sprofondare nella noia. Non la noia oggettiva del guardare un film poco interessante, ma la noia diegetica del protagonista, che si addormenta mentre fa sesso con una delle sue bellissime donne, o guardando un lungo (per noi) spettacolo di lap dance.

C’è molto Cinema in questo film, forse troppo. Il racconto è così fortemente racconto per immagini (in movimento) che sembra quasi un dogma ricavato dai saggi di Deleuze. Eppure all’arrivo della giovane Fanning notiamo un leggero cambiamento: non nel registro stilistico, sempre una costante soggettiva dei protagonisti, incalzati così da vicino dalla macchina da presa da spingerci a un’identificazione completa, ma nella vivacità e nella lunghezza delle sequenze, che si fanno più incalzanti. La noia resta il leit motiv dominante ma diventa più sottile; si intravvede anche nella figlia la stessa mancanza di passione che accompagna il padre, ma è temperata dalla giovinezza, dalla voglia ancora acerba di cose nuove, dalla consapevolezza che per lei cose nuove, ancora, possono esserci e ci saranno.

E poi la Fanning va via, e le sequenze ritornano lunghe, monotone, noiose. Come la vita di Jhon. Perché è la vita di Jhon che lo spettatore vive, tanto che il film si sarebbe potuto tranquillamente intitolare “Essere Jhon Marco”.

Devo dire che poi, in realtà, facendo mia la noia e la malinconia del protagonista, io personalmente non mi sono mai annoiata. Sarà anche perché mi piace crogiolarmi nelle atmosfere notturne e crepuscolari dentro cui si muove il film, o perché è tanto consolatorio pensare che anche i ricchi piangono (o meglio, s’annoiano); ma credo che dipenda soprattutto dal fatto che in quelle lente sequenze non c’era nulla che fosse lasciato al caso, nulla che non meritasse un momento di attenzione: le espressioni del volto di Stephen Dorff, le movenze ipnotiche delle ballerine di lap dance, il movimento di una mano che tradisce un’emozione, uno sbattere di ciglia, i particolari della stanza.

Un discorso diverso merita la parentesi italiana del film, forse la parte meno riuscita solo ai nostri occhi indigeni, anche per colpa del doppiaggio che ha eliminato ogni differenza linguistica e appiattito necessariamente la messa in scena; la tv del Bel Paese non ci fa una bella figura, ma non si può dire che la Coppola ci sia andata giù pesante.

In rete qualcuno, commentando il film, ha detto che gli ha fatto ripensare alla vita e alla tragica fine di Heath Ledger. Non so francamente se le due storie, quella reale e quella finta, siano sovrapponibili; certo è che quest’opera dà corpo a uno dei migliori aforismi di Oscar Wilde: “Ci sono solo due cose terribili nella vita: l’una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra ottenerlo”.

Da questo punto di vista è un film che ha persino qualcosa da insegnare. E di questi tempi non è poco. Per una volta il Festival c’ha preso.

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