Archivi del mese: aprile 2011

Mai giudicare un libro dalla (fascetta di) copertina

Decisamente la mia spesa del mercoledì pomeriggio sta diventando un’occasione di disarricchimento culturale.

Stavolta, sempre sul pancale delle ultime uscite, dove spiccava ancora l’obbrobrio fluorescente di Baricco, mi ha colpito un libro con una entusiastica fascetta di copertina (ocomediavolosichiama):

Ha studiato da Kay Scarpetta, è irresistibile come Bridget Jones, ma viene dalle terre di Montalbano. Uno straordinario esordio tutto italiano.

Stupidamente incuriosita dalla sequela di nomi altisonanti, stavo per dargli una chance. Poi mi sono ricordata della regola d’oro della pagina 99, e così ho aperto il libro alla pagina suddetta e ho dato una veloce lettura.

Indi, riponendolo sollecitamente, mi sono chiesta come mai, giacché erano in vena di paragoni, non abbiano scomodato nessuno per lo straordinario stile di scrittura:

Sciatta  e sgrammaticata come la migliore Melissa P.

O anche, che so, Banale e distratta come il primo Moccia.

Misteri dell’editoria.

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Il Tenerfigo

C’è il Figo: bello bello in modo assurdo. Brad Pitt.
C’è il Figodellamadonna: quello che passa e ti volti a guardarlo, e se lui si volta a guardare te o anche ricambia per puro caso lo sguardo l’autostima ti sale a mille. Jhonny Depp.
C’è il Belloccio, quello che sì, ci può stare, però generalmente è narciso, quindi se non antipatico quanto meno un po’ fastidioso. Tom Cruise.
C’è il Figaccione: normalmente rintracciabile in palestra o in spiaggia, bicipiti e pettorali in mostra con reciproca soddisfazione, sua e nostra. Mark Wahlberg.
C’è il Fighetto: con la Polo Ralph Lauren e i Ray Ban, e se per avventurra lo spogli ci trovi anche la fruit di Versace e i boxer di D&G,  talmente mascherato dai loghi che non riesci a capire se ti piace o no. David Beckham.
C’è il Fighettino: è un Fighetto di cui però si vede che è carino, e forse nei panni del Fighetto non ci sta nemmeno troppo a suo agio, perché ha qualcosa di intellettuale. Leo Di Caprio.
C’è il Maledetto: sembra brutto ma è maledettamente (da cui il nome) arrapante. Willem Dafoe.
C’è il Tipo: quello che lì per lì non ti dice niente ma poi ci parli e t’attizza. Matt Damon.
C’è il Senzalode: esiste. Ne è passato uno proprio adesso.
C’è il Panzone: secondo il pensiero comune dovrebbe essere simpatico, invece è anche un’acido al bifidus attivo. Fabrizio Bracconieri.
Infatti c’è anche il Tenerorso: è un Panzone simpatico, ma soprattutto tenero, il che non vuol dire mollaccione, ma protettivo, amabile, con tutto quel che ne consegue. Jack Black.
C’è il Cesso: è un po’ diverso dal Cesso femmina, in quanto il Cesso femmina, per quanto brutta, può avere una personalità attraente; il Cesso maschio invece si definisce tale quanto alla malagrazia nell’aspetto s’accompagna un’altrettanto evidente malagrazia nei modi che lo rende sgradevole. Enrico Brignano.
E poi c’è lui, il Principe dei Sogni. Che esteticamente, magari, non è proprio un grandissimo che, ma c’ha i modi. Un’aria furba e un po’ cucciola, da furetto. Lo stile impeccabile lo rende figo, ma non è tanto avvenenente da rientrare nel novero. In più, ha quell’aria da strapazzamidicoccole, con un filo di stronzaggine in fondo allo sguardo che scongiura il rischio TopoGigio. Insomma, il Tenerfigo.
L’esempio più classico di Tenerfigo è il giovane Dustin Hoffman, possibilmente ne Il Laureato e non in Cane di Paglia, che inquieta alquanto.
Ma oggi ne ho trovato uno che, veramente, merita la Coppa del Mondo dei Tenerfighi. Giudicate un po’ voi.

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L’involuzione della specie

I nostri antentati ci hanno messo milioni di anni a conquistare la posizione eretta.
 
A me è bastata una mattinata sulla murgia per involvere a una postura pre – Orrorin
 
Il curioso fenomeno scientifico è stato documentato, ed ora ne viene paventata la pubblicazione.
Su Facebook.
 
Invoco l’aiuto dei creazionisti.
 

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…O sei entrato in banca pure tu?

Lavorare in banca, se sei nato negli anni ’70, è una sorta di croce e delizia. Delizia perché, c’è da dirlo, è uno degli ultimi settori capaci di offrire l’agognato posto fisso; ed è un’unica delizia che compensa adeguatamente ogni altra croce.

Premessa doverosa. Ma ora, lasciatemi sfogare.

All’inizio degli anni ’90 Compagno di scuola era una delle mie canzoni preferite, insieme a Giulio Cesare. Nessuno come Venditti è stato in grado di tradurre lo stato d’animo di un “proletario” in un liceo classico, al primo impatto con la politica, la fatica, i batticuori e i risentimenti che ti accompagneranno tutta la vita. Tu ti dicevi che eri diverso – tutti eravamo diversi – e poi c’erano Orazio e il professor Keating, Carpe Diem e L’attimo fuggente.

E la biblioteca ammuffita, e quei ragazzi che oggi erano concime per i fiori. Invincibili, come ci sentivamo noi.

Poi venne fuori Gino Paoli con Quattro amici al bar, destinati a qualche cosa in più che una donna ed un impiego in banca. I poeti maledetti, lo spleen e l’idéal, Falcone e Borsellino che saltavano in aria negli attentati, Antonio Di Pietro che allora sembrava un eroe e, si sussurrava, sarebbe stato il prossimo a saltare. La Prima Repubblica che cadeva, la Pantera che nasceva, lunghi cortei portando su uno striscione più alto di me, papà che pensava che la polizia mi avrebbe schedata e non avrei mai trovato un lavoro.

Portavo, allora, un eskimo innocente (io lo chiamavo giubbone…) dettato solo dalla povertà. In effetti l’avevo ereditato da qualche cuggina, così come il montone con gli alamari e il cappuccio, sciccosissimo capo vintage che per anni è stato il mio feticcio, nonostante fosse la pelle di un povero animale, così contrario ai miei principi. Ma tanto non l’avevo comprato, io.

Poi qualcuno è andato per l’età (no, non ancora, almeno), qualcuno perché è già dottore, si è sposato, fa carriera… ed è una morte un po’ peggiore.

Eravamo 22 quelli della III D. Era l’anno dei mondiali, quelli del ’94. Dei miei compagni di scuola, siamo in due a non esserci salvati, ad essere entrati in banca. Almeno per quel che so.

A volte il mio lavoro non è molto diverso da quello di un call center, ma finisco alle cinque. Dopo, guarda un po’, ho tutta la vita davanti. Il tempo per pensare, poetare, disegnare, battagliare. Cazzeggiare su Facebook, soprattutto.

In questoi male se res habet, forse, in realtà, sono io quella salva. A dispetto di Venditti, Paoli, Guccini e tanti altri cantautori, eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni.

O no?

 


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