Archivi del mese: maggio 2011

L’era di Frankenstein

L’altro ieri, mentre combattevo per la sopravvivenza su Zombie Lane, facendo zapping ho beccato una degli ormai tanti reality sulla chirurgia plastica. Sdoganata da Nip/Tuck, la chirurgia plastica è entrata da tempo prepotentemente (è il caso di dirlo) nei palinsesti televisivi. Dopo la performance di Brigitte Nielsen, rappezzata sotto le telecamere per diventare la nuova Jaime Sommers, abbiamo assistito ai timidi tentativi de “Il brutto anatroccolo”. Preistoria. Adesso la gente scrive, racconta il problema, e una troupe…pardon, un team di chirurghi esperti si mette a sua disposizione. La gente. Dovrei dire le donne. Infatti, nonostante la chirurgia estetica si affermi sempre più anche tra gli uomini, le protagoniste di questi reality sono quasi sempre donne.Lungi da me giudicare l’altrui ricerca della felicità; se una si sente meglio con una quarta piuttosto che con una seconda risicata, e per questo è disposta a farsi tagliuzzare e soffrire, son problemi suoi. Diventano problemi miei, però, in due casi: il primo è quello purtroppo sempre più frequente in cui la correzione chirurgica viene fatta a spese del servizio sanitario nazionale, sbandierando chissà quale trauma psicologico che deriverebbe dall’avere le tette piccole. Ma ormai sugli sprechi di questo Paese s’è detto talmente tanto che sarebbe pleonastico discuterne ancora.Il secondo caso è quello in cui la persona, che decide consapevolmente di soffrire, per un motivo che secondo lei vale ampiamente la pena, si espone mediaticamente per la condivisione di una scelta che è, giocoforza, intima e personale, e la sua scelta diventa esempio universale. E’ quello che succede in ben due programmi televisivi in onda su reti private: Plastik su Italia 1 e Cambio vita… Mi trasformo su Cielo.Proprio da quest’ultimo mi sono lasciata irretire l’altro ieri sera.La protagonista, 25 anni, lineamenti delicati appesantiti da un paio di vistosi occhiali, struccata ma con un’impeccabile tinta ai capelli, racconta di avere un seno che la imbarazza, una quinta misura, e già qui tutti avran sgranato gli occhi, in genere non ci si lamenta di una misura troppo grande ma del contrario; poi ci fanno vedere questo seno e capiamo: ha la tipica forma a fiasco, e in più delle areole grandissime, alla vista non è piacevole, sarebbe stato gradito al guardiacaccia di Lady Chatterley.Il chirurgo estetico prende le misure, la distanza dalla fossetta del giugulo al capezzolo dovrebbe essere di venti centimetri, qui è di ventinove, il diametro giusto dei capezzoli è di quattro centimetri, qui siamo a nove.Nell’incontro con la psicologa la ragazza spiega che si sente vecchia con quel seno “da cinquantenne”. Nessuno prova a spiegarle che per quanto brutto secondo i canoni estetici quello è il suo seno, ed è simile ai seni di milioni di donne al mondo, anche se non sono tra quelle che posano su vogue o fanno le controfigure nelle scene di sesso nei film.
Segue il preoperatorio, con i medici che sghignazzano davanti alle foto della ragazza, non ridono di lei per carità, ci mancherebbe,  ma si respira ugualmente un clima da caserma. Poi le dipingono il seno con un pennarello, facendola rassomigliare ad manzo da tagliare, e le spiegano che non le impianteranno nessuna protesi, resterà tutta roba sua, sarà una terza misura. Nessuno parla della sensibilità che resterà a questi capezzoli tagliuzzati, staccati e ridotti di dimensione, nessuno specifica se sarà ancora in grado di allattare suo figlio di otto mesi o i figli che verranno.Dopo l’operazione, svoltasi ancora tra le risate, gli ammiccamenti e i deliri di onnipotenza del primario, un Missile Romano de noantri, seguiamo il decorso. La ragazza si sveglia dall’anestesia e dice di non aver sentito niente; ma nessuno, né lei né tanto meno i medici, ci raccontano il dolore del postoperatorio, il dolore di un corpo tagliuzzato e rimaneggiato nella sua parte più morbida e delicata, quel dolore che, come testimoniano tante donne sui forum, ti spinge a maledire il momento in cui hai preso la decisione. Poi passa, è ovvio. Ma intanto, in questo caso, abbiamo la mamma di un bambino di otto mesi che non può abbracciare suo figlio. Niente ci viene detto di questo calvario, tutto è mostrato con sorridente allegria, fino ad arrivare al catartico finale, quello in cui la ragazza mostra due tettine timide ma tonde, martoriate ma aggraziate, e festeggia con la parentela la sua “nuova vita”. Posso solo immaginare la sofferenza di questa ragazza timida, che per risolvere un complesso che la attanaglia da anni è costretta a mostrare al mondo intero quelle tette della vergogna nel prima e dopo. Se riusciranno ancora a servire al loro scopo, sessuale e nutritivo, nessuno lo sa. Forse no, altrimenti, ci giurerei, si sarebbero sperticati nel dire quanto l’intervento non influisce sull’allattamento e l’eccitazione sessuale…Tanto accanimento sulla parte più bella e femminile del corpo della donna non può essere giustificato da meri motivi estetici.Quel lavaggio del cervello che ci propone sui media sempre gli stessi tipi di seno, diafano e appena accennato o innaturalemente rotondo (se si escludono le rare eccezioni che ci dà Jane Campion, come lo splendido nudo di Kate Winslet in Holy Smoke, o il seno leggermente sfiorito di Meg Ryan in In The Cut), quella ipocrisia che fa nascondere le donne nelle docce delle palestre, non per pudore ma per vergogna, mentre le “rifatte” sfoggiano con orgoglio le loro propaggini artificiali, è certamente foraggiato da un business che fa girare milioni di euro.
Ma non posso fare a meno di pensare che il fine ultimo sia lo svilimento di un organo che, lasciato qual è, è la maggior fonte di gioia femminile. Una vera o propria clitoridectomia del mondo occidentale, legalizzata, incoraggiata, raccomandata dai medici col beneplacito degli psicologi.

2 commenti

Archiviato in pennarelli