Archivi del mese: ottobre 2011

Di Harold & Maude, ovvero come vorremmo che ci raccontassero l’Amore.

Il miracolo dell’amore. Secoli e secoli di epica, epigrammi, haiku, canzoni di gesta, sonetti, romanzi. Tutti incentrati sulla nascita e la scoperta del sentimento, sul vero passaggio iniziatico dall’infanzia all’età adulta.

Tutti a raccontarci nelle più disparate salse la nascita dell’amore tra creature straordinarie, bellissime Elene, Angeliche, Giuliette o Cosette e altrettanto belli Paridi, Medori, Romei e Marius.

Dall’Iliade a Twilight l’amore è sempre stato privilegio delle belle e degli eroi.

Noi poveri e oscuri mortali sappiamo tuttavia dalle nostre vite miserabili che così non è. Sappiamo che l’amore non solo può infiammare anche il più meschino degli uomini e la più laida delle donne, ma che miracolosamente, a volte, è ricambiato.

Harold e Maude è la storia del vero amore, quello che si spoglia di ogni orpello sociale e va contro le più radicate convenzioni. L’amore che nasce dall’esperienza mistica, non religiosa ma, appunto, sentimentale, e si sublima in una persona reale. Tutti noi conosciamo quello stato nascente (mi si perdonerà se cito Alberoni?) che ci assale ogni volta che un’esperienza si prende la briga di volerci cambiare la vita. Non è un caso che grandi amori nascano durante i viaggi e le rivoluzioni: ci innamoriamo degli ambienti, delle atmosfere, e il fortunato che ci capita in mezzo, se è affine al nostro sentire, diventa immediatamente l’oggetto di quell’amore che trasuda.

Maude è per se stessa un’esperienza di Harold; così come Harold, per Maude, è un meraviglioso mondo da scoprire. Ognuno di loro genera uno stato nascente per l’altro: Maude è così forte nella propria carica emotiva da riportare alla vita il nevrotico Harold; Harold è il regalo inaspettato per gli ultimi giorni di Maude.

Tutto il resto, ha importanza? Non per due negletti come loro.

Il rifiuto totale degli schemi sociali, non deliberato ma viscerale, li porta ad un sentimento per altri inaccettabile.

E questo è il vero amore, che meriterebbe d’esser cantato ed esaltato più d’ogni altro: l’amore che non trova senso se non in se stesso, l’amore tautologico, assoluto, l’amore come scelta di sopravvivenza. L’amore che i più fortunati di noi hanno occasione di vivere, almeno una volta nella vita.

Così forte e spiazzante che nessuno aveva mai avuto il coraggio di raccontarlo prima del 1971.

E nessuno lo avrebbe quarant’anni dopo.

P.S.: la scena che compare nell’anteprima del video io nel film non l’ho vista. Temo che sia stata censurata. Troppo scandalo un casto bacio.

 

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…e finì all’ospedale…

 

Così finalmente, dopo trentaquattro e passa anni di vita tranquilla, m’è successo di dover andare all’ospedale, per un piccolo intervento.

Normalmente una persona, che debba esser sottoposta a intervento, ha modo d’angosciarsi da sola: e che mi faranno, e se farà male, e se non mi sveglio dall’anestesia, e se hanno sbagliato diagnosi, e se si dimenticano la pinza… Io invece, di mio, non ero per niente angosciata. Sarà perché già pregustavo questa deliziosa convalescenza a casa passata a disegnare e preparare manicaretti per il Lombardo Veneto, sarà per incoscienza, io stavo tutta bella tranquilla.

Ad angosciarmi ci pensavano gli altri.

Prima: il Lombardo Veneto e La Capo, convinti che mi stessi mettendo nelle mani del tizio di Boxing Helena, il quale mi avrebbe acchiappata, vivisezionata, deorganizzata e gettata nel sacchetto della spazzatura sul retro dell’ospedale.

Poi, mia madre. Mi aveva preparato una lista di circa trentacinque oggetti da portare con me in ospedale. Ho dovuto rinunciare a portare il borsoncino da palestra e optare per una vera e propria valigia. Ovviamente, prima, abbiamo dovuto rinnovare tutto il mio guardaroba di intimo, dalle mutande alla vestaglia, per non andare in ospedale “con la roba vecchia”. Questa della biancheria intima in ospedale è una vera ossessione di mia madre (e di molte altre madri, a quanto ho sentito dire). Fin da piccola non potevo andare in giro neanche con un calzino bucato perché "se ti succede qualcosa e vai a finire all’ospedale". Come se in tale deliziosa circostanza la mia prima preoccupazione fosse quella di non seminare il panico tra medici e infermieri con il mio intimo sciagurato. 

Pertanto, sono stata trascinata due giorni in giro per negozi. Ovviamente, a spese sue. Quando un figlio si opera, anche se economicamente indipendente, regredisce automaticamente allo stato di bamboccione. Alla fine, la valigia era piena di: tre maglie intime in microfibra nuove che non ho mai messo perché ha fatto un caldo della madonna; due pigiami nuovi di cui uno a manica lunga con taglio sotto il seno che una volta indossato ha rivelato la vera natura di pigiama da puerpera; una vestaglia nuova di cotone viola che mi faceva assomigliare a Don Franco in quaresima; una quantità inenarrabile di mutandine di cotone, nuove; un pacco di assorbenti lines idea notte super che da solo riempiva mezza valigia, e che hanno reso vano ai fini ecologici l’utilizzo di un anno della mia coppetta mestruale; due reggiseni che non ho mai messo (usati, almeno quelli); le birkenstock; la mascherina per gli occhi che mi fa prurito e non mi fa dormire. Per intercessione del Lombardo Veneto, terrorizzato da ogni forma di kidult, sono riuscita a lasciare a casa un terzo pigiamino nuovo con gli ippopotami e la scritta: A.A.A. Cerco Amore.

A parte, un beauty case in cui hanno trovato posto: due confezioni di sapone, uno per le ascelle e l’altro per la iolanda; un minideodorante che ora mi puzza di ospedale; un minidetergente viso, un minitonico, una minicrema da giorno; spazzolino e minidentifricio; un rotolo di carta igienica. Io veramente volevo portarmene due o tre, ma mia madre sostenne che uno fosse sufficiente.

Appena arrivata in ospedale, incontro in ascensore una signora che deve fare lo stesso mio intervento, completamente terrorizzata. Io che andavo dentro ridendo ridendo e questa che mi si aggrappa al braccio e dice: “Io ho paura… è un mese che piango…” Son cose che tirano su il morale.

La Capo Sala mi consegna due bottiglie d’acqua purgativa da un litro e mezzo, e mi ingiunge di berle entro tre ore “Così forse per mezzanotte hai finito di evacuare e puoi dormire”. Terrorizzata dal pensiero di non dormire la notte prima dell’intervento, le faccio fuori in due ore e mezza. Sperimento l’utilità del pigiama premaman, prima che l’intruglio diabolico faccia effetto. 

La serata passa tranquilla, in camera con me non c’è nessuno, che bellezza, alle sette e mezza mi guardo CSI; mi metto a dormire dopo l’ultima scarica, e ovviamente resto sveglia fino a tardi perché la persiana non si chiude e la mascherina mi prude.

All’una spalancano la porta, entra un’infermiera, si mette a rifare il letto accanto al mio. Mi rigiro tentando di prender sonno, ma son sempre là. Alle due mi portano dentro una povera crista imbottita di antidolorofici. Suo marito e sua sorella parlano allegramente (si fa per dire) ad alta voce fottendosene del fatto che io vorrei dormire, che il giorno dopo mi apriranno come una scatoletta di tonno e il mio organismo ha bisogno di riposare, che se mi innervosisco entrerò in un mood negativo e il mio corpo ne risentirà e potrei reagire male agli antidolorifici. Finalmente il maschio se ne va, ovviamente era lui l’essere più rumoroso, le due sorelle bisbigliano qualcosa di incomprensibile fino alle tre, poi va via anche l’altra tizia.

Alle cinque mi addormento, e alle sei naturalmente mi svegliano per prepararmi all’intervento.

Mia madre dovrebbe arrivare alle otto meno un quarto, ma l’infermiera vorrebbe già portarmi giù; mi aggiro per il corridoio in camice operatorio spiando con gli occhi l’arrivo di mia madre fino a quando la santa donna non mi fa notare il mio costume preadamitico e m’ingiunge di tornare a letto.

Intendiamoci, non è che volessi la mamma; è che le dovevo lasciare cellulare e portafoglio, se no è matematico che appena la stanza resta vuota te li ciulano.

Poi il tragitto fino in sala operatoria, e scopro che nell’incipit di Carlito’s Way è tutto sbagliato, la barella si muove molto più a scatti del carrello, in ospedale poi, figurati nella metropolitana di New York.

Poi l’ossigeno, la punturina, il nulla. Credo di aver sognato qualcosa di lavoro, chemmerda. Mi risveglia l’anestesista, una signora bionda e dolce, e chiedo se posso bere. “Tra un paio d’ore” mi dice un’infermiera.

Maledetta bugiarda.

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