Archivi del mese: settembre 2012

C’est la faute à Voltaire

E’ di nuovo colpa di Voltaire, come cantava Gavroche prima di morire ne I Miserabili. Non è un caso che la patria del giornale Charlie Hebdo, che ha pubblicato le terribili (ma tutt’altro che scontate, vedasi quella che fa riferimento al film dell’anno 2011, Quasi Amici, in un gioco di parole invidiabile con il titolo francese Les Intouchables) vignette satiriche sull’Islam, sia la stessa del filosofo che fu bastonato e imprigionato per le sue idee anticlericali e illuministe.

Non approvo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo forse Voltaire non l’ha davvero mai detto, e di certo non l’ha mai scritto. Il fatto stesso che gli venga attribuito è esemplare tuttavia del valore simbolico di un uomo contrario ad ogni forma di superstizione e irrazionale paura, di cui si dice che si convertisse cinicamente al cristianesimo in punto di morte solo per evitare l’onta della fossa comune.

Tornando alle vignette, può sembrare ad una lettura superficiale che nessuno tragga vantaggio dalla pubblicazione di quattro disegni sgangherati su una rivista, e che tanti, invece, ne subiranno dei pregiudizi, perché potrebbero esserci dei tafferugli, o peggio degli attentati, con dei feriti e anche dei morti. Ma una lettura del genere inverte del tutto il reale rapporto di casualità tra le cose: la violenza non scaturisce dalle vignette, bensì le vignette sono un pretesto per scatenare la violenza, come lo era lo stupido filmaccio sul   Profeta (ma allora cosa sarebbe dovuto succedere dopo Brian di Nazareth e Dogma, per non parlare di Sex and Zen?), come lo sarà ogni ulteriore tentativo di ridimensionare o mettere in satira una situazione storica incivile e insostenibile com’è quella delle teocrazie orientali.

Aggiungiamoci gli interessi della destra americana ad inculcare nuovamente la paura dell’arabo brutto sporco cattivo e terrorista nell’animo cagone dell’americano medio, affinché si ricordi nella cabina elettorale che Obama ricorda non per caso Osama, e avremo un quadro completo del perché, se non ora quando, è il momento di reagire e non di nascondere il naso sotto le coperte.

Invece qui si parla addirittura di denunce per “istigazione all’odio” mentre il Ministro dell’Istruzione francese (forse l’unico memore d’esser compatriota di Voltaire) cerca inutilmente di riportare alla ragione i civilissimi popoli occidentali ricordando che in Europa vige il diritto di parola e di espressione. La spiacevole sensazione è che, come sempre, si usino due pesi e due misure per valutare gli attacchi contro la religione, quale che sia. A nessuno viene in mente che un popolo religioso  che rinchiude le proprie donne in sarcofagi di tessuto e le obbliga a interventi chirurgici che rendono ogni rapporto sessuale una tortura e ogni parto una possibile condanna a morte non meriti tanto il rispetto dell’occidente quanto il suo esempio civile. Che non si esprime soltanto attraverso la tolleranza religiosa ma soprattutto attraverso il rispetto per la libertà di tutti gli individui. Quelli che vogliono andare in giro per strada in minigonna come quelli che si divertono a disegnare vignette satiriche su chichessia, che si chiami Sarkozy o Muḥammad.

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Bello(cchio) Addormentato

Ieri sera me ne sono andata al cinema a vedere Bella Addormentata, il film di Marco Bellocchio ispirato dalla vicenda di Eluana Englaro.  E stamattina,  alla consueta rassegna stampa del Sole 24 Ore, ho sentito della reazione piccata del regista alla mancata premiazione con il Leone d’Oro del suo film al Festival di Venezia.

Sorvolo sull’opportunità di un commento da treenne del tipo “e io non gioco più!” perché vorrei soffermarmi piuttosto sui motivi del perché, secondo me, Bellocchio non meritava il Leone d’Oro.

Si dice che non si debba parlare di un film partendo dalla sceneggiatura… ma perdinci, se la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, qualche responsabilità nell’affossare il film gliela dobbiamo pur dare.
Nella pellicola passiamo da un tizio che incontra una, peraltro piuttosto cessa (è Alba Rohrwacher ) in autogrill e le scrive il numero di telefono sulla mano, come nella migliore tradizione della letteratura mocciana  –  a un medico che si appassiona alla storia personale di una tossicodipendente senza che ce ne venga fornita alcuna giustificazione (non è un ragazzino di quindici anni che s’innamora della tossica e la vuole salvare; è un medico che di tossici ne avrà visti passare almeno dieci al giorno nel corso di una carriera ultradecennale, quindi non si capisce perché questa lo fulmini sulla via di Damasco, a parte il fatto che oggettivamente è un gran pezzo di figa, infatti non è la Rohrwacher ma Maya Sansa) – a un’ attrice di talento che si segrega tra casa a e chiesa nel tentativo di convincere il padreterno a far risvegliare la figlia in stato vegetativo, peraltro composta sul letto come una perfetta modella di D&G, senza un filo di bava, di muco, di cispa, neanche un capello fuori posto.

Se i personaggi sono interessanti, nella loro atipicità, le loro motivazioni sono spesso assurde se non inesistenti. Al posto dell’inconsueto che irrompe nel quotidiano sconvolgedone le coordinate e dando vita ad una nuova realtà, come sarebbe nelle intenzioni del regista,  assistiamo ad un quotidiano avulso da qualsiasi contesto che crea spunti di riflessione non contestualizzati.  L’impressione è che regista e sceneggiatori creino in un mondo parallelo, un mondo alto borghese in cui le passioni nascono e muoiono senza movente, catalizzate unicamente dall’alchimia degli incontri e dai fraintendimenti, come se gli sceneggiatori avessero lanciato i dadi e accoppiato le pedine dei personaggi in modo del tutto casuale, per vedere cosa ne veniva fuori.
E cosa ne è venuto fuori? Un film che si dà tante arie ma si sgonfia come un palloncino punto da uno spillo. Con una buona regia che non riesce tuttavia nell’impresa di rendere credibile questo baraccone di borghesi tanto disperati quanto composti. Un vero peccato, perché la tematica di fondo è molto forte, e gli spunti interessanti non mancano: la madre della ragazza in stato vegetativo che si riduce lei stessa a un vegetale che viva in funzione dell’eventuale risveglio; il ragazzo con il fratello bipolare che vive la stessa schiavitù di chi conviva con un malato terminale; il senatore del PdL che non riesce a negare la propria storia politica e personale per compiacere l’ambizione dei suoi colleghi e del suo presidente. Mi è sembrato un film riuscito a metà; che non è comunque un cattivo risultato, vista la complessità del tema e considerato che ci si propone di affrontarlo a tutto tondo,  da punti di vista diversi ed esplorandone i territori contigui; ma da qui a prendere premi, ce ne corre.

A parte forse un Razzie Award per Brenno Placido, il più cane tra i numerosi figli d’arte  – tra cui lo stesso figlio del regista – che interpretano il film. Se questo cinema italiano fosse un po’ meno italiano…

Edit: scrivendo il pezzo non sapevo che Michael Mann avesse definito il film di Bellocchio “provinciale”.  Purtroppo la provincialità, a mio parere, è proprio una delle caratteristiche che il cinema italiano stenta a scrollarsi di dosso. Forse perché in fondo siamo un po’ provincia del mondo.

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