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Res Publica

Apro gli occhi alle otto e sedici minuti, così dicono le luci rosse della radiosveglia. Ma l’ho messa apposta avanti di qualche minuto, non sempre me ne ricordo. Mi crogiolo appena un altro po’ prima di girarmi verso il Lombardo Veneto, con la faccia tutta stropicciata dal sonno, e dirgli: Mi sto alzando, quando torno facciamo colazione.

E difatti mi alzo, mi lavo, mi infilo un paio di pantaloni comodi, una t-shirt bianca, le prime scarpe che trovo nello sgabuzzino, gli occhialoni di Pucci per nascondere le occhiaie, e un velo di burro cacao al mirtillo per non sembrare cianotica.

Mi infilo in macchina e su Radio Capital danno Replay di Samuele Bersani. Sorrido pensando che è la colonna sonora ideale, musica rasserenante e parole che fanno pensare. Un perfetto sottofondo radical chic a questa domenica mattina da sciura.

Davanti alla scuola elementare vedo parcheggiate tante macchine, e mi scappa un barbarico yeawp. Non dovrei, è presto, prestissimo per lanciare barbarici yeawp.

Al seggio ci sono già dentro un paio di persone che stanno votando: mia madre e mio padre, che devono partire per un matrimonio. Mio padre fa strani commenti sulla mia nuova pettinatura molto Lisbeth Salander e molto Bree Daniels (quella di Dylan Dog, non la pornostar). Nella cabina quasi rosicchio la matita davanti al secondo quesito sull’acqua, qualcuno crede che abrogando quel pezzettino si tolga solo il tetto massimo al lucro che ci potrebbero fare i paròn d’i schèi. Poi rileggo, mi sembra a posto, esco, imbuco.

Mi fermo a prendere un caffé al distributore automatico che non dà resto, per non lasciar dentro i 15 cent che ci ha messo mio padre. Passo al bar a prendere un cornetto alla crema, torno a casa. Su Radio Capital non c’è niente di interessante, allora infilo la usb e mando a tutto volume The Story di Brandi Carlile. Sono un po’ esaltata, e quando arrivo a casa sta partendo Mary Ann di Leonard Cohen. Il tizio accanto a cui parcheggio la macchina si prepara per andare al mare con un moccioso.

Il Lombardo Veneto raccoglie con un sorriso il cornetto che gli ho portato e mi mette in mano la busta del secco: Dato che sei già vestita… Mi faccio dare anche la carta.

All’isola ecologica c’è il solito schifo. Dal cassonetto della carta recupero una lastra di polistirolo, pulita, manco fossi una barbona, e la infilo nel secco. Ma sbirciando dentro scopro anche un’odiosissima tanica di plastica. Auguro al cretino che ce l’ha buttata di perire tra atroci tormenti, poi inbuco uno alla volta i volantini dell’Ipercoop, il rotolo della carta igienica e, con un guizzo di dubbio, il cartone delle uova. Alle mie spalle sento qualcuno che imbuca bottiglie nella campana con un gran frastuono di vetri rotti. È una signora che si presenta anche al mio cassonetto con una scatola vuota. La guardo con sospetto, io con la mia bustona dell’Ikea piena di carta, come si fa ad avere una sola scatola con tutta la porcheria che ti lasciano nella cassetta delle lettere? Magari è una che la butta via tre volte al giorno… In ogni caso è meglio del Verme della Tanica.

Tornando a casa rifletto tristemente che di Vermi della Tanica ce ne sono tanti, troppi, visto che il cassonetto della carta è sempre invaso da corpi estranei. E mi immagino questo popolo di Vermi che cosa farà oggi: si caricherà nel suv la mogliettina e i tre figli e se li porterà al mare a imbrattare di carte di gelato e cicche di sigaretta gli ultimi lembi di spiaggia non regalati ai paròn d’i schèi fino al XXII secolo. Poi se ne tornerà a casa a sentire le ultime notizie sul giallo di Avetrana.

Mentre intorno a lui si sgretola la civiltà del popolo che inventò la cosa pubblica.

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Amo l’ Estate

Amo l’ Estate almento quanto Odio Il Natale.

Il bello dei luoghi comuni è che puoi sceglierti i tuoi preferiti e ricavarne la tua filosofia di vita.

Io Amo l’Estate. Amo schizzare via dall’ufficio il venerdì pomeriggio per imprecare un’ora e mezza sulla 106 alla volta delle spiagge. Amo fare il bagno al mare, uscire dall’acqua, lasciarmi asciugare dal sole per cinque minuti e affrontare poi una lunga passeggiata sul bagnasciuga. Guardare quant’è buffa la gente, e quanto sono belli i corpi delle persone, così diversi dalle immagini finte che fanno capolino da ogni media.

Amo il sollievo che deriva da una brezza leggera nella canicola, il silenzio assonnato della città stordita dal caldo, il rientro a lavoro dopo un fine settimana rilassante, la vogliia di ricominciare.

Amo la tranquillità del Ferragosto cittadino, il riverbero del sole sui tetti delle case, l’ignavia portata dal caldo.

Amo i vestiti leggeri, gli smalti colorati sulle unghia dei piedi, i lucidalabbra profumati.

Amo la frutta estiva, succosa e colorata, la tv d’agosto che trasmette film anni ’80 e spezzoni di varietà.

Amo gli spettacoli per strada, il cinema all’aperto, e le sere calde che passo in casa perché sono troppo pigra per la cultura.

 

Amo l’Estate.

Come tutti.

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so che mi attirerò le ire dei miei connazionali, ma io


GODO.

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Nessuna nuova… buona nuova?

 

Forse è un po’ tardi per precisare, ma datosi che ho letto solo oggi il commento di Antoine del 3 febbraio, mi sento di chiarirlo una volta per tutte:

NON SONO IO QUELLA INCINTA!!!

Rientro invece nel novero delle zie. Vecchie e (semi)zitelle.

 

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Inevitabilmente, ogni qual volta noi si decida di andare a Venezia, al Lombardo Veneto gli viene la Cinese, lAsiatica e lAmericana tutto insieme.

E così sono qui a casa sua a fargli da infermiera. 

Fortuna che sua cugina fa la commessa in una profumeria…
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Bordelli italiani

House of the Rising Sun, famosa nella versione degli Animals, è forse uno dei pezzi che conta più cover nella storia della musica. Annovera, tra le altre, versioni di Bob Dylan, Joan Baez e una comunemente ed erroneamente attribuita ai Pink Floyd.
La canzone è un testo tradizionale folk americano, e la traduzione letterale suona più o meno così:
"Cè una casa a New Orleans/ che chiamano la Casa del Sole/ ed è stata la rovina di tanti bravi ragazzi/ e Dio sa se non sono uno di loro" e continua sullo stesso tono disperato-moraleggiante: "Oh madre, dì ai tuoi figli/ di non fare quello che ho fatto/ non sprecare la loro vita nel peccato e nella miseria/ nella Casa del Sole".
Ovviamente la "Casa del Sole" era il corrispondente americano della Maison Tellier di Maupassant, ossia un allegro bordello danteguerra.
Già nel 1964, quando la versione degli Animals sbaragliò  le classifiche mondiali, uscì in Italia una versione di Rocky Maiocchi che faceva così:
"Allalba no, non ci sarò/a raccontarvi di me/si lo so che io/partirò da qui/per poi mai più ritornar/Non dite a mia madre/che son qui/perché lei crede in me/e se saprà la verità/dal dolor ne morirà" e allegramente cantando.
Nonostante la soppressione di ogni pur velato riferimento al bordello, questo testo non passò la censura della rai e fu sostituito da un più blando e banale testo damore in cui lunico legame con il testo originario restò il titolo, "La Casa del Sole", appunto. Niente di cui scandalizzarsi, all’epoca, visto che lo stesso destino era toccato a pezzi del calibro di Sound of Silence o Stand By Me,  persino a Imagine di Lennon, nonché alla mia adorata Downtown, ribattezzata Ciao Ciao

A distanza di più di quarantanni i Pooh ripropongono la versione italiana di questa canzone. Con un testo diverso, nuovo, che rispetta finalmente il significato tragico ( e fortemente moralista ) del testo originale…
Magari. Il testo è lo stesso di quarantacinque anni fa. Ancora paura dei bordelli? Con quello che succede nella casa del Grande Fratello???

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Le vacanze stanno finendo. Quelle degli altri, ovviamente.
Io ho ancora un colpo di coda la prima settimana di settembre, in termpo per rinvigorire labbronzatura prima delle due occasioni mondane dellanno, i due sposalizi (questa parola genera in me ansia minore che il suo sinonimo di più largo uso…) sul finir dellestate.
Per loccasione ho comprato le mie prime scarpe con i tacchi a spillo. Ebbene, si deve crescere, non si può restare delle adolescenti stravaccate tutta la vita, occorre cominciare a vestirsi da donna, anzi da professionista, come direbbe il Viveur Napoletano.
Ovviamente sto rimandando di giorno in giorno la tortura dellallenamento. Certo, perché per portare quelle robe scomode le dodici-quattordici ore che costituiscono la durata della cerimonia non è mica cosa semplice….
Per ora li ho portati un giorno intero al lavoro, pregando il Capo di non compiere la seguente, perversa, quotidiana sequenza:
1- Chiama al telefono: "Tesoro, vieni un attimo"
2 – Arrivo nel suo ufficio
3 – "Mi porteresti il modullo 209 /bis?"
4 – Torno nel mio ufficio, prendo il modulo
6 – Glielo porto nel suo ufficio
7 – "Va behe, compilalo e portalo al Salentino Nero"

Naturalmente, ho pregato invano.
A sera avevo i piedi grossi quanto due salsicce di Tricarico.

Le vacanze stanno finendo. Quelle degli altri, per fortuna.
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