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…e finì all’ospedale…

 

Così finalmente, dopo trentaquattro e passa anni di vita tranquilla, m’è successo di dover andare all’ospedale, per un piccolo intervento.

Normalmente una persona, che debba esser sottoposta a intervento, ha modo d’angosciarsi da sola: e che mi faranno, e se farà male, e se non mi sveglio dall’anestesia, e se hanno sbagliato diagnosi, e se si dimenticano la pinza… Io invece, di mio, non ero per niente angosciata. Sarà perché già pregustavo questa deliziosa convalescenza a casa passata a disegnare e preparare manicaretti per il Lombardo Veneto, sarà per incoscienza, io stavo tutta bella tranquilla.

Ad angosciarmi ci pensavano gli altri.

Prima: il Lombardo Veneto e La Capo, convinti che mi stessi mettendo nelle mani del tizio di Boxing Helena, il quale mi avrebbe acchiappata, vivisezionata, deorganizzata e gettata nel sacchetto della spazzatura sul retro dell’ospedale.

Poi, mia madre. Mi aveva preparato una lista di circa trentacinque oggetti da portare con me in ospedale. Ho dovuto rinunciare a portare il borsoncino da palestra e optare per una vera e propria valigia. Ovviamente, prima, abbiamo dovuto rinnovare tutto il mio guardaroba di intimo, dalle mutande alla vestaglia, per non andare in ospedale “con la roba vecchia”. Questa della biancheria intima in ospedale è una vera ossessione di mia madre (e di molte altre madri, a quanto ho sentito dire). Fin da piccola non potevo andare in giro neanche con un calzino bucato perché "se ti succede qualcosa e vai a finire all’ospedale". Come se in tale deliziosa circostanza la mia prima preoccupazione fosse quella di non seminare il panico tra medici e infermieri con il mio intimo sciagurato. 

Pertanto, sono stata trascinata due giorni in giro per negozi. Ovviamente, a spese sue. Quando un figlio si opera, anche se economicamente indipendente, regredisce automaticamente allo stato di bamboccione. Alla fine, la valigia era piena di: tre maglie intime in microfibra nuove che non ho mai messo perché ha fatto un caldo della madonna; due pigiami nuovi di cui uno a manica lunga con taglio sotto il seno che una volta indossato ha rivelato la vera natura di pigiama da puerpera; una vestaglia nuova di cotone viola che mi faceva assomigliare a Don Franco in quaresima; una quantità inenarrabile di mutandine di cotone, nuove; un pacco di assorbenti lines idea notte super che da solo riempiva mezza valigia, e che hanno reso vano ai fini ecologici l’utilizzo di un anno della mia coppetta mestruale; due reggiseni che non ho mai messo (usati, almeno quelli); le birkenstock; la mascherina per gli occhi che mi fa prurito e non mi fa dormire. Per intercessione del Lombardo Veneto, terrorizzato da ogni forma di kidult, sono riuscita a lasciare a casa un terzo pigiamino nuovo con gli ippopotami e la scritta: A.A.A. Cerco Amore.

A parte, un beauty case in cui hanno trovato posto: due confezioni di sapone, uno per le ascelle e l’altro per la iolanda; un minideodorante che ora mi puzza di ospedale; un minidetergente viso, un minitonico, una minicrema da giorno; spazzolino e minidentifricio; un rotolo di carta igienica. Io veramente volevo portarmene due o tre, ma mia madre sostenne che uno fosse sufficiente.

Appena arrivata in ospedale, incontro in ascensore una signora che deve fare lo stesso mio intervento, completamente terrorizzata. Io che andavo dentro ridendo ridendo e questa che mi si aggrappa al braccio e dice: “Io ho paura… è un mese che piango…” Son cose che tirano su il morale.

La Capo Sala mi consegna due bottiglie d’acqua purgativa da un litro e mezzo, e mi ingiunge di berle entro tre ore “Così forse per mezzanotte hai finito di evacuare e puoi dormire”. Terrorizzata dal pensiero di non dormire la notte prima dell’intervento, le faccio fuori in due ore e mezza. Sperimento l’utilità del pigiama premaman, prima che l’intruglio diabolico faccia effetto. 

La serata passa tranquilla, in camera con me non c’è nessuno, che bellezza, alle sette e mezza mi guardo CSI; mi metto a dormire dopo l’ultima scarica, e ovviamente resto sveglia fino a tardi perché la persiana non si chiude e la mascherina mi prude.

All’una spalancano la porta, entra un’infermiera, si mette a rifare il letto accanto al mio. Mi rigiro tentando di prender sonno, ma son sempre là. Alle due mi portano dentro una povera crista imbottita di antidolorofici. Suo marito e sua sorella parlano allegramente (si fa per dire) ad alta voce fottendosene del fatto che io vorrei dormire, che il giorno dopo mi apriranno come una scatoletta di tonno e il mio organismo ha bisogno di riposare, che se mi innervosisco entrerò in un mood negativo e il mio corpo ne risentirà e potrei reagire male agli antidolorifici. Finalmente il maschio se ne va, ovviamente era lui l’essere più rumoroso, le due sorelle bisbigliano qualcosa di incomprensibile fino alle tre, poi va via anche l’altra tizia.

Alle cinque mi addormento, e alle sei naturalmente mi svegliano per prepararmi all’intervento.

Mia madre dovrebbe arrivare alle otto meno un quarto, ma l’infermiera vorrebbe già portarmi giù; mi aggiro per il corridoio in camice operatorio spiando con gli occhi l’arrivo di mia madre fino a quando la santa donna non mi fa notare il mio costume preadamitico e m’ingiunge di tornare a letto.

Intendiamoci, non è che volessi la mamma; è che le dovevo lasciare cellulare e portafoglio, se no è matematico che appena la stanza resta vuota te li ciulano.

Poi il tragitto fino in sala operatoria, e scopro che nell’incipit di Carlito’s Way è tutto sbagliato, la barella si muove molto più a scatti del carrello, in ospedale poi, figurati nella metropolitana di New York.

Poi l’ossigeno, la punturina, il nulla. Credo di aver sognato qualcosa di lavoro, chemmerda. Mi risveglia l’anestesista, una signora bionda e dolce, e chiedo se posso bere. “Tra un paio d’ore” mi dice un’infermiera.

Maledetta bugiarda.

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In memoria degli infradito di pelle

Era la mitica, turbolenta estate del 2006. Il mondo cambiava di nuovo, come avrebbe detto il buon Dickon Shelton: avevo un appuntamento al buio in una cittadina toscana, con un bel tenebroso che di lì a qualche mese sarebbe diventato il Compagnodivita.

Dire che fu un coup de foudre non è eccessivo: dopo quarantott’ore avevamo deciso di mollare la Toscana e partire alla volta del litorale veneto, per due giorni di intensa passione tra Caorle e Venezia.

Arrivammo nella stazione balneare in prima serata: cena alle sette come nella migliore tradizione nordeuropea e poi, prima di ritirarci nelle quiete stanze, mi accorsi che, se volevo andare al mare, era assolutamente necessario procurarsi un paio di ciabatte.

A Caorle si cena presto ma, dopo cena, i negozi restano aperti. Sperimentai per la prima volta cosa vuol dire avere un compagno totalmente refrattario allo shopping quando entrai in un negozio di scarpe e, voltandomi per avere un parere, mi accorsi che stazionava fuori dal negozio come un cagnolino fuori dalla chiesa. Forse per mancanza di un’adeguata consulenza scelsi un paio di infradito di pelle, con il plantare imbottito, poco adatte alla spiaggia ma maledettamente comode.

Non porto mai neanche d’estate ciabatte ai piedi se non per andare al mare; gli infradito di pelle mi hanno accompagnato dalla bianca  sabbia di Caorle agli scogli scabrosi di Gallipoli, passando per la spiaggia di Metaponto e per i sassi roventi della costa ionica calabrese.

In cinque anni di onorato servizio, la sabbia e l’acqua di mare le hanno corrose irrimediabilmente. Alla fine l’imbottitura aveva degli evidenti buchi sotto gli alluci, mentre il tacco portava i segni inconfondibili degli artigli della vecchia, dannata Sushi.

A malincuore, quest’anno ho dovuto dar loro il benservito. In sostituzione, ho preso un paio di Birkenstock Madrid che mi fanno male alla pianta del piede, avendo io i piedi irrimediabilmente piatti. Le rimpiango tantissimo. Per questo, dopo averle immortalate un’ultima volta sotto l’ombrellone, ho pensato di dedicar loro un post. Alla memoria delle più simpatiche e signorili scarpe da mare che io abbia mai avuto. Requiescant in pace.

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Una si accorge di essere matta quando, a dieci anni di distanza dal primo, scrive il secondo decalogo di comportamento "per non perdere la bussola nei meandri della vita".

Si accorge di stare invecchiando quando, invece di concludere "tra le due strade, scegli sempre la meno battuta" conclude "sta attenta a scegliere la meno battuta… potrebbe non portarti da nessuna parte".

Si accorge di aver poco smalto quando sbatte tutto il pomeriggio per cercare di creare un template decente e poi sceglie il più semplice in assoluto.

Stamattina la mia parrucchiera, magistra vitae assai più che la historia, mi ha mostrato una bambolina di stoffa chiedendomi se volevo toccarla. Le ho detto certo che voglio toccarla, perché non dovrei? E lei: perché viene dal Messico. 

Una coppia di coraggiosi amici ha sfidato l’influenza A e ha rinunciato ad annullare il viaggio di nozze. Curioso viaggio in solitudine, con una guida tutta per sé, e imbarazzo al ritorno con gli amici: chi sparisce per settimane, chi guarda con sospetto il souvenir e non osa toccarlo…

Io la bambolina l’ho toccata, con adolescenziale sprezzo del pericolo. Da asmatica cronica sono un soggetto a rischio, e non ho ancora fatto la vaccinazione.

Morirò?

Nel dubbio ho voluto aprire subito il nuovo blog, perché resti di me memoria ai posteri. 

Sarete saggi a far scolpire per me: Strappata al Male a venire.

A guardare il bicchiere mezzo pieno, mi perderei altri dieci anni di Berlusconi…

 

 

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Lilianpiadi

Il fine settimana di Ferragosto è stato decisamente un toccasana. Chissenefrega se dopo le dieci di mattina il mare era già una poltiglia sabbiosa da non riuscire a vederti i piedi nemmeno a un metro dalla riva. Chissenefrega se per guadagnare il mio spazio al sole dovevo sgomitare con la Doroty, la Priora, il Cellario e lAmica Profe della Doroty. E chissenefrega anche se dopo la mangiata di pesce del 14 a pranzo (mezzo chilo di spigola scuafanata tutta da sola), la grigliata di carne del 14 sera e il pollo ruspante di Ferragosto la sera del 15 il mio stomaco urlava vendetta con dolori lancinanti.
Quel che conta è che, finalmente, ho imparato a fare i tuffi. No, non dal trampolino, e nemmeno dallo scoglio, e neanche dal pattino, e a dirla tutta neanche dalle spalle di qualche generoso e aitante compagno di giochi. In realtà ho imparato a fare i tuffi da ferma, in acqua.
Indossando degli improbabili occhialini azzurri che mi facevano assomigliare a Mario54 mi lanciavo a testa in giù, per affiorare come una sirenetta dopo pochi metri. Cioè, questo è quello che avrei dovuto fare. Sotto gli occhi atterriti di Mikelotta e Amica Profe (La Priora e la Doroty invece si spanciavano educatamente dalle risate) mi lanciavo, arrivavo con il naso a un centimetro dalla sabbia e continuavo ad agitare i piedi fuori dallacqua.
"Ma perché non riesco ad andare sotto???"
Le risposte al mio interrogativo erano molteplici e non sempre concordanti.
Amica Profe: "Ti devi dare lo slancio con i reni"
La Doroty (cercando di non strozzarsi con la saliva): "Ti devi dare lo slancio con i piedi"
Mikelotta (nonostante la giovanissima età, i suoi due anni di piscina la rendono unautorevole commentatrice): "Ti butti di panza anziché di testa"
La Priora: "Tira giù i piedi!!!"
Se provavo a tirare giù o piedi, veniva su il culo, affiorando in maniera sconveniente.
Il peggio è stato la mattina del 16, con il costume taglia 46. Il punto è che di sedere avrei una 44, ma nella 44 non mi entra metà delle tette, e quindi comprometto con la 46 (che mi provoca comunque bisecanti nel seno degne di un problema di trigonometria, ma mi arrangio). Al primo tuffo mi sono ritrovata a culo nudo. Ovviamente, se il costume è largo viene giù. Sempre più difficile!!! "Datti lo slancio con i reni, con i piedi, buttati di testa, tira giù i piedi e tira su il costume!!!"
Insomma, dopo aver mostrato le mie grazie posteriori a metà dei bagnanti del lido Cavalluccio, alla fine  ho imparato.
Beh, quasi. La Doroty continua a chiedersi perché pur essendo io alta un metro e cinquanta riemergo a non più di un metro e sessanta dal punto in cui mi sono tuffata.
E  quei dannati piedi restano fuori. Sabato prossimo proverò a non agitarli come le pinne di una foca monaca impazzita.

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Era tutto pronto. Il cuscino gonfiabile per dormire in autobus. Le coccole che serbavo da venti giorni per il mio bellUomo del Nord. La valigia con dentro la sciarpa il cappello i guanti per andare a Saint Moritz domenica.

E invece sono bloccata in ufficio nel paesaccio fino a che le strade non si liberano. Stanotte mi tocca dormire nel tugurio con la stufa accesa sperando di risvegliarmi domattina.

Erano dieci anni che non nevicava in questo posto, Maremma maiala, come dice il Capo.

Altro che Saint Moritz.

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Lo so che è la sera di Pasqua e dovrei essere in giro a folleggiare. Lo so, ma non ci posso fare niente. Un’altra serata come ieri non la reggo. Non la reggo proprio.

Il punto è che sotto le feste questa assurda città di emigranti si trasforma in una bolgia, un girone dantesco in cui ci si spintona e si sta stretti. Nei locali, normalmente desolati e vuoti, si fa la fila per entrare, o al meglio si rimedia un posto in piedi come sul tram all’ora di punta.
Il problema parcheggio diventa drammatico.

E dappertutto ci sono loro, gli odiosi fuori sede, con le loro parlate sdreuse da “sono andato fuori e ho perso l’accento” sì ma ne hai acquistato uno bastardo da fare schifo e per giunta quando ti distrai ti tornano le vocali chiuse che con la c aspirata toscana fanno tanto bello onesto emigrato a Pisa..

Quindi nelle feste preferirei non uscire (proprio) ma siccome si dà il caso che anche la Bru sia discesa dalle valli Padane per venirci a trovare, l’uscita è di rigore.

Ovviamente per la Doroty il ritorno della Bru è da festeggiare in grande stile. In primis, tramite immersione apneica nell’armadio alla ricerca di qualcosa di estroso e originale. Emerge prima con il maxipull che la Priora le ha confezionato a mano con un lavoro certosino di sei mesi. Ovviamente il maxipull non è un capo che sfina e sebbene la Doroty sia una stecca comincia con la solita litania: “ah ma sembro grassa”. No, non sembri grassa, sembra che tu abbia un culo, finalmente. “Sei una stronza. Vediamo se sta bene con gli stivali beige.”

A sentirli nominare, tremo già. La Doroty ha per i suoi stivali beige anni ottanta con punta arrotondata e tacco di legno unossessione compulsiva. Perciò nel momento in cui capisco che li sta mettendo davvero so di essere nei guai. Non uscirà di casa senza, e sono la cosa più difficile in assoluto da abbinare in modo decente. Ovviamente gli stivali beige con le calze nere sotto il maxipull celestino fanno cagare, e allora dico mettiti le calze chiare, e lei no che non mi sono depilata, e allora si cambia completamente, si mette dei pantaloni beige, e tira fuori dall’armadio una cosa enorme di voile in fantasia fiorata anni settanta. Sono curiosa di vedere che ne farà… la indossa, le arriva al menisco,si mette una cinta e se la blusa in vita. Fa un certo effetto seventy piuttosto attraente, ma c’è qualcosa che non mi torna. “Dove l’hai rimediata questa specie di camicia?” E lei, con aria naturale: “Non è una camicia, è un vestito di nonna.” Vi giuro che non vi sto prendendo per il culo. Ha veramente riciclato un vestito di mia nonna degli anni settanta in stile chemisier. Il problema è che la nonna negli anni settanta pesava già ottanta chili.
Per fortuna ha un rigurgito di buon gusto, tira fuori dallarmadio unanonima quanto graziosa magliettina nera e si parte.

Si parte, sì, ovviamente in carovana. Perché la Doroty quando usciamo non vuole che venga in macchina con lei, adducendo il fatto che io puntualmente a mezzanotte, mezzanotte e mezza, ho sonno, voglio andare a dormire, insomma mi viene quella che qui chiamiamo la sustola, e voglio andare a casa. Allora lei dice prendi la tua macchina perché mi rompo il cazzo di riaccompagnarti a metà serata.
Esce prima di me, passa a prendere la Bru. Io esco da sola, arrivo al semaforo, il semaforo è verde e il cazzone davanti non parte, quindi suono il clacson. E qualcuno dietro suona a me. Lo insulto ad alta voce e tiro dritta. Arrivo in centro, miracolosamente trovo un parcheggio, parcheggio, e poi mi fermo cinque minuti in macchina per finire di sentire la canzone. A tutta palla, comè duopo. Il cazzone che mi ha suonato prima si è fermato, che vuole, il posto? No, si è fermato più avanti, forse c’è la fila. La radio va. Sento ancora suonare il clacson, suonano al cazzone che si è fermato, perché non riparte? Riparte. Ma quella macchina mi sembra di conoscerla.

E’ la Doroty che mi aveva raggiunta, mi aveva suonato per farsi notare, aveva continuato a lampeggiare, aveva anche provato a sorpassarmi senza che io mi accorgessi minimamente di nulla. Adesso esco dalla macchina e cerco di raggiungerla a piedi nel traffico. La raggiungo, afferro la maniglia e la portiera non si apre. La Doroty mi fa dei gesti terribilmente stizziti e armeggia con i comandi, la cretina si è chiusa dentro. Pasticciamo un minuto con lei che prova a sbloccare le portiere e io che provo ad aprire quando ancora non sono sbloccate. Da dietro ci suonano, ci tirerebbero le uova marce se le avessero a disposizione.

Finalmente sono dentro, “Perché cazzo ti chiudi dentro la macchina???”

“C’è il blocco automatico, deficiente, le macchine nuove ce l’hanno tutte!!! A momenti spacchi tutto, rimbambita.”

Incasso con nonchalance e un vaffanculo discreto. La Bru si cappotta dalle risate.

E questo è solo il prologo della serata.

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<font size="2" face="Century Gothic”><font size="2" face="Century Gothic”><font size="2" face="Century Gothic”>Tra ieri e oggi ho abortito due topic, e la maledizione di splinder si è abbattuta su di me.
Stamattina, mentre correvo per raggiungere la 206 (non ero in ritardo, però ero contenta, e quando sono contenta corro a testa bassa come un muflone deficiente), sono inciampata in una buca nellasfalto, ho tentato di mantenere lequilibrio, ma i miei simpatici stivali sportivi di camoscio con la suola arrotondata mi hanno tradita, e sono caduta giù lun… corta sulla ghiaia graffiandomi le mani e le ginocchia, e urlando:"Maaaaaaammmaaaaaa!"
La Doroty che era ancora in casa ha riconosciuto la mia voce, si è affacciata alla finestra e mi ha vista che alzavo le mani insanguinate come una miracolata e assumevo unespressione da maschera greca (vedi foto).
La Priora è scesa a sollevarmi pensando che mi fossi come minimo spezzata un arto per gridare a quel modo, il Cellario ha rotto una bottiglia di deodorante nella foga di trovare il disinfettante per medicarmi, la Doroty si è offerta di accompagnarmi al lavoro, dove ho continuato a spargere sangue e plasma su distinte di versamento e estratti conti.
Ora sulle mani ho due garze bianche in perfetta posizione da stimmate.
Il mio Maestro di Tai Chi crederà che è una scusa per non fare il Pu Bu.
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