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Da bambina volevo guarire i ciliegi.
Questestate sono tornata nei luoghi della mia infanzia. Un minuscolo borgo sul mare, racchiuso tra una montagna spaccata e la punta della baia, un piccolo angolo di mare incontaminato, di quelli che si racconta non ci siano più.
Avevo cinque, sei, sette anni. Non conoscevo del mondo nientaltro se non la mia cittadina,  il paesello di origine di mio padre, e il borgo di mare.
Quelle case bianche, quelle minuscole ville aggrappate al promontorio, seminascoste dai pini imponenti, rappresentavano lalterità della vita.
Il mistero che si sichiude, lo sguardo che va oltre. Ciò che per la prima volta stupisce e poi diventa abitudine al diverso.
E le case del paese, con le loro porte sulla strada, allineate una accanto allaltra, così diverse dai condomini cittadini con gli appartamenti impilati uno sopra laltro in un nodo di scale… Qui le scale non erano nellandrone, ma dentro gli appartamenti, come nei film americani che vedevo in televisione.
Io mi chiedevo il perchè di quella diversità e non riuscivo a rispondermi.
Uno dei ricordi più vividi che ho è legato alle scomode tende fatte di listelli di legno, davanti alle porte. Si potevano avvolgere su se stesse e tener su con un giro di spago, oppure restavano a coprire lingresso per difendersi dagli insetti, e per entrare bisognava sollevarle appena. Me le ricordo perché non riuscivo ad inserirle in una categoria conosciuta, quelle cose a metà strada tra la tenda e la serranda, e solo quando, anni dopo, cominciarono ad essere sostituite dalle veneziane, riuscii finalmente a trovar loro una collocazione logica.
E ancora mi affascinavano i bagni, quei variopinti bagni anni settanta, con i sanitari colorati di un tono più chiaro delle piastrelle, dai disegni strani, ipnotici. Sfruttavo la presunta incontinenza infantile per chidere di far pipì in ogni nuova casa che visitavo, e poter così entrare in quei bagni meravigliosi, colorati, di forme strane, che mi sembravano i bagni di un castello da fiaba.
Credevo alle fate, da bambina, ero già allora la stupida sognatrice di adesso, e quel mondo marino e agricolo rappresentava, per me, quanto di più vicino ci fosse al Paese delle Fate che leggevo e sognavo.
Mi sembrava che sarebbe bastato fare un passo un po più a sud e un po più ad est per raggiungerlo, e io, a differenza di Doroty, non sarei più voluta tornare dal regno di Oz.

Forse per questo mi resta, ancora oggi, un desiderio premente di viaggiare. Nella speranza di cogliere atmosfere diverse, in un desiderio struggente daltro, come se ogni nuovo luogo visitato fosse ad un passo dal Paese delle Fate.

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Nel primo pomeriggio di un giorno di festa, quando tutti sono ancora a tavola, a consumare il luculliano pranzo del primo giorno dell’anno, pure se il pallido sole invernale già s’accosta all’orizzonte, mi chiudo alle spalle la porta di casa. Lascio una morra di parenti intenti a giocare pigramente a carte e a tombola, infilo nelle orecchie le cuffiette dell’I pod e parto per un viaggio.

Un viaggio nella più lontana memoria, perché per scacciare una nostalgia fresca di poche ore non c’è che cacciarsi in una nostalgia ancestrale, quella dei primi anni di vita.
E così mi aggiro per le stradine del vecchio quartiere della casa dei nonni, dove da bambini giocavamo a perderci, tra i palazzi tutti uguali dell’Ina Casa, sotto i cipressi e i pini che con il quartiere sono nati. E continuo lungo quella strada che a volte percorrevo da ragazzina, d’estate, per andare in centro, perché non esisteva il motorino (per me non è mai esistita nemmeno la bicicletta) e tanto meno la macchina di mammà. Ma non è che una scusa per raggiungere i veri luoghi del ricordo.

La mia scuola materna è un edificio basso, di uno stinto verdino, abbandonato da anni. Tutti i vetri delle finestre sono rotti, e sulle scale esterne c’è un tappeto incolto di aghi di pino. Il giardinetto in cui facevamo il girotondo è un intrico di cespugli che non lasciano passare la vista, e la siepe di cipresso che cresceva tutt’intorno al cancello è diventata un muro impenetrabile. Pure riesco a trovare un buco nella vegetazione da cui scorgo le finestre della mia classe, e la porta a vetri che dava sul giardino. Provo una stretta allo stomaco. Ma sono fortunata, non l’hanno ancora buttato giù, com’è stato della vecchia ala della scuola elementare.
Torno indietro nella strada in cui, si può dire, sono nata. Attraverso i cortili dove  litigavamo con gli altri bambini (“qui c’è scritto proprietà privata, non si può entrare!”), vado a spiare quello che una volta era il nostro campo da gioco preferito e che adesso è il terreno su cui poggia un gigantesco complesso di uffici. Passo persino davanti al garage della mia vecchia casa, ma non è più un garage, è lo studio di un geometra. Risalgo dal cortile giusto in tempo per vedere qualcuno uscire dal portone. Stupida che sono. Avrei potuto chiedergli di farmi entrare, salire le scale, andare a guardare il pianerottolo dell’ultimo piano dove arredavamo la casa delle Barbie o leggevamo i fumetti di Topolino, io e Stefania, sette e nove anni, due testoline già piene di strane idee.

Invece tiro avanti, passo nel cortile dove osservai, con supremo disgusto, dei ragazzini che sventravano una lucertola viva, davanti ai negozi che non sono più gli stessi, e chissà che fine hanno fatto le due figlie dei due macellai della strada, la Flora e la Daniela, e Vitalba, che abitava in quel portone bianco e rosso…

Continuo, oltrepasso di nuovo la scuola, entro nel quartiere in cui abitavano i miei nonni materni. La chiesa dove sono stata battezzata, dove ho visto il mio primo film al “cinema” dell’oratorio, Cenerentola. Sotto il portico con il pavimento in cotto alcuni negozi ci sono ancora, quello della parrucchiera Carmela che mi tagliò i capelli cortissimi, ad agnellino, ed aveva una figlia bionda e antipatica. E mi affaccio a spiare l’angolo del palazzo che sporge verso l’esterno, residuo di un pessimo progetto edilizio, sul quale arrampicarsi era un’impresa titanica, ma ancora più difficile e a me proibito era passare, una volta arrampicatisi, dentro il portico, scavalcando la ringhiera. Ora invece sarebbe facile, perché qualcuno l’ha sradicata via, e il portico si affaccia pericolosamente nudo a un metro da terra senza alcuna protezione.

Il caseggiato dove abitavano i nonni materni è rimasto uguale a dodici anni fa, quando il diabete che la torturava si portò via mia nonna, già vedova da undici anni. Qualcuno ha sostituito i vecchi portoni di pesante legno con moderne porte in alluminio e vetro, ma i pini di cui ci affannavamo a cercare i pinoli per poi schiacciarli con i sassi sono rimasti gli stessi, soltanto un po’ più alti, ed uno di essi si è rivestito di un manto di edera sbucata da chissà dove.

Un’ultimo pellegrinaggio alla statua di De Gasperi, la mia prima richiesta a Babbo Natale (“Cosa vuoi da Babbo Natale?” “Voglio una statua piccola piccola di De Gasperi” e a quella comunistaccia della Priora si rizzavano i capelli in testa).

Ma sento da lontano il rumore degli spari, ragazzacci con i petardi, ne ho un terrore cieco, sono costretta a cambiare strada.

Esco dall’alveo dei ricordi, ma mi resta in bocca il sapore dolce e amaro del passato che non ritorna, neanche quando ti scorre davanti agli occhi come un film.

PS: ho trovato questa bellissima foto di Henry Cartier Bresson della statua di De Gasperi… sarebbe stato un peccato non farvela vedere.
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Mia nonna ha ottantuno anni, mio nonno ottantadue.
Si conobbero nell’estate del 1942. Lui faceva il muratore come suo padre, lei aiutava la madre a tirar su una famiglia di cinque figli dopo che il padre era partito per la Guerra d’Africa.

Le avevano detto che in paese c’era un giovanotto che si chiamava Giglio, ed era bello come un fiore. E quando sua madre decise di far imbiancare i muri esterni della nuova casa comprata con i sacrifici del padre in Africa, la Pina si ritrovò per casa quel ragazzo alto e magro, con un profilo virile e uno sguardo fierissimo.

Se ne innamorò subito, e lui di lei. Ma sua madre non poteva rinunciare al suo aiuto in casa. Non poteva permettere che la figlia maggiore si fidanzasse a sedici anni, non mentre il marito era via, lontano, e non poteva controllare quel che lei facesse.
Non trovò altro modo per reagire alla situazione che picchiarla fino allo sfinimento e rinchiuderla in casa. Ma non si può rinchiudere l’anima, e la mia giovane, appassionata nonna continuava a spasimare per il suo bel Giglio.

Si fidanzarono, ma non fu un fidanzamento facile. Erano tempi difficili per tutti. Mio nonno si arruolò in polizia e partì alla volta di Roma. Era sul finire del ’43. Ricordo una sua foto di quel periodo, già con i baffetti, a braccetto con due colleghi, sorridente, come se non vivesse al centro di una guerra che avrebbe in ogni momento potuto chiedere la sua vita. E fu per pura casualità o provvidenza che  scampò ad una rappresaglia dei nazisti, forse proprio quella delle Fosse Ardeatine, grazie a un passante che gli fece cambiar strada.
Una sua cugina non fu così fortunata: morì cadendo da un camion mentre usciva dalla città alla ricerca di cibo. Si era seduta sul bordo per non stare troppo vicina agli uomini che la guardavano con desiderio. Ogni volta che sfoglio le foto di famiglia, il suo volto bello e vibrante di felicità mi fa provare un brivido.

Frattanto mia nonna, al paese, soffriva le pene dell’inferno. Sua madre era terrorizzata dal fatto che il nonno, lontano, potesse tradirla, trovarsene un’altra, lasciarla disonorata. Continuava a ripeterle che non era l’uomo per lei, e alle sue proteste rispondeva caricandola di botte. La madre di mia nonna è l’unica bisnonna che io abbia conosciuto. Mi ricordo che mi faceva paura, con quegli occhi verdissimi e fieri, e i capelli bianchi e crespi come fosse un fantasma. La vita non era stata facile per lei, sola con un mucchio di ragazzini.

Fu la mia bisnonna paterna a salvare la situazione. La madre di mio nonno era una donna alta e scura, dallo sguardo dolce che, sono sicura, ho ereditato da lei. Doveva essere uno spirito raffinato, a giudicare dallelegante grafia, anche se probabilmente non aveva frequentato la scuola oltre la terza elementare. Fece capire a suo figlio che se voleva davvero quella ragazza avrebbe dovuto portarsela via. Altrimenti tra le percosse fisiche e psicologiche sarebbe appassita come un fiore schiacciato.  Accolse la futura nuora in casa, come una figlia, proteggendola dalle ire di sua madre. Certo per la bisnonna materna fu un brutto colpo. In paese avrebbero detto che non era stata capace di tenere a bada la figlia in assenza del marito. E altre cattiverie.

Anche la guerra, per fortuna, finì: e il nonno fu trasferito qui, distante dalla sua amata e dalla sua famiglia. Ma con la guerra non finirono i loro problemi. Non potevano sposarsi, perché all’epoca vigeva la legge secondo cui un poliziotto non poteva sposarsi prima dei ventotto anni. Non erano ancora sposati quando nacque mio padre, e mia nonna chiede ancora perdono al suo  Dio per quegli anni trascorsi nell’amore senza la sua preventiva benedizione. Tornava raramente da sua madre, ma si erano riappacificate.

Così sono passati sessant’anni e adesso trascorrono le giornate a guardare la televisione in due stanze separate e a brontolarsi l’uno contro l’altro.

Ma ogni volta che vado a trovarli mia nonna mi ripete: “Io lo chiamo ancora amore, e lo amo più di quanto lo amassi allora”. Pensavo fosse una di quelle fissazioni che vengono da vecchi, e che ti permettono di tirare avanti. Ma proprio ieri, nel primo cassetto del comodino del nonno, ho ritrovato un pacchetto chiuso con un vecchio elastico. Le lettere della madre, con quella grafia preziosa. Le lettere che  scriveva alla nonna quando lei andava a trovare la propria madre, piene di nostalgia, in cui giurava che mai più l’avrebbe lasciata allontanarsi da lui. E infine  delle romantiche, buffe cartoline anni quaranta, in cui la nonna gli dichiarava appassionata il suo amore. 

 

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Nel 1978 avevo un anno e mezzo scarso, ma le cronache di famiglia riportano che gridavo: “Itala!!! Itala!!!” assieme ai miei davanti alla tv.

 

Del 1982 ricordo solo vagamente una grande festa in piazza piena di gente matta e urlante.

 

Nel 1986 avevo l’album con le figurine dei mondiali che regalavano con Il Giornalino, illustrato dai funghi viventi di Luciano Bottaro. Da qualche parte devo avere ancora conservata una figurina feticcio di Michel Platini in maglia blu della nazionale francese. Credo di aver amato il calcio, nella mia infanzia, perché amavo Michel. Il primo di una lunga serie di francesi  () che mi hanno strappato l’anima dal petto. Ma questa  è un’altra storia.

 

Anno 1990, vivevo i mondiali in trasferta in Toscana.  La mia esaltazione per gli eroismi nostrani era portata al culmine dalla visione giornaliera dei Cavalieri dello Zodiaco. Avevo la lacrima facile e come piansi per l’affondamento del corpo della madre di Cristal e il sacrificio di Sirio il Dragone (sto facendo un po’ di casino, mi sa, ma sono pur sempre passati sedici anni), così bagnai il cuscino di lacrime per quel maledetto goal di Caniggia che ci levò la speranza di essere vincitori in casa. 

 

Quattro anni dopo ero già una donnina, ancora non la davo in giro (mi fregiavo d’essere una donna di sani principi) però molleggiavo con uno sfigato di prima che mi portava persino allo stadio in mezzo agli ultras. Naturalmente ogni partita dei mondiali andava vista, studiata e commentata insieme ai suoi amici del cuore. Doveva esserci però qualcosa che non andava sul serio se ogni volta che l’Italia segnava lui correva ad abbracciare il suo amico lasciandomi ad esultare da sola, come il cornuto della pubblicità Coca Cola.  Furono dei mondiali frustranti, nonostante la finale con il Brasile. Anche perché Sacchi era proprio una faccia di culo.

 

Nel 1998 ero al culmine d’una storia d’amore tempestosa con un arbitro di calcio che mi concedeva di vedere le partite insieme a lui purché mantenessi un dignitoso silenzio ed evitassi commenti scurrili o inopportuni. Credo che fosse lui a frustrare per sempre il mio amore per questo sport crudele ma foriero di fugaci soddisfazioni. Quando sei sermpre a contatto con uno che ci vive dentro, cominci a sentire la puzza del marcio.
Sarà per questo che quest’anno non sto guardando neanche una partita. Vorrei poter dire che ho di meglio da fare. Ma chi volete che mi creda…

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Bazzicando per la rete ho assaporato una madeleine. Un tizio su E-Bay vendeva un feticcio della mia infanzia: LEnciclopedia della Fanciulla.
Erano due grossi volumi con la copertina verde in casa di mia nonna. Chissà per quale oscuro motivo erano stati rilegati solo il numero uno e il numero otto. Gli altri giacevano in unanta del comò, legati insieme con lo spago e del tutto inavvicinabili dalle mie goffe mani di bambina.  Il numero uno aveva ancora la vivace sovraccoperta colorata. Dentro, era pieno di immagini, scritte in corsivo, fantastici elenchi su quel deve e quel che non può fare una signorina per bene. Il numero otto era più serioso, popolato di fotografie di ragazzine anni sessanta con grandi fasce bianche tra i capelli, gonne sotto il ginocchio e calzettoni colorati.
Ricordo un fantastico capitolo intitolato "Le Blusette" su cui campeggiava la foto di una ragazzina con un enorme chignon. Per anni ho pensato che la "Blusetta" fosse quella vistosa pettinatura. Almeno fino a che non ebbi letà giusta per appassionarmi alle blusette…
Quello che non ho mai capito davvero, invece, è chi fossero le fanciulle. Secondo lenciclopedia, facevano delle cose che io, bambina di sei o sette anni, non potevo fare: chiacchierare con le amiche sedute su pezzotto, aiutare la mamma a preparare il ricevimento per la cresima del fratellino, asciugare le zampette al cane, scendere a fare la spesa (mai in pantofole come la sciatta Annetta, o in cappottino e guanti come la vanitosa Mina, ma sempre in soprabito e sporta come la giudiziosa Renata). Crescendo però mi rendevo conto che certe cose che facevano le fanciulle io le avevo belle superate. Per esempio, era ritenuto scandaloso portare il due pezzi, ma io lo portavo da quando avevo tre anni. (Non sono mai andata al mare con la sola mutandina, da piccola avevo un senso del pudore di cui oggi mi vergognerei).

Conclusi così che le fanciulle erano degli esseri mitologici come le sirene e le fate che popolavano i miei sogni ad occhi aperti.
Oggi so di non essere mai stata, nel corso della mia vita, una fanciulla. E non perché non conoscessi il galateo (anzi, tuttora ricordo esattamente la disposizione dei posti a tavola, in auto, in ascensore, e quantaltro…) ma perchè, semplicemente, non si riteneva necessario che io lo applicassi. Negli anni che dovrebbero coincidere con letà della fanciullezza non mi sentivo la creatura soave ed educata che traspariva da quelle pagine. Sentivo inconsciamente che una fanciulla non avrebbe mai picchiato gli amici della sorella più piccola, né si sarebbe lanciata dalla rampa di scale della scuola per dimostrare che non era una cosa da maschi, ma neppure avrebbe disegnato in continuazione coppie di innamorati che si baciavano, nè scritto poesie scriteriate per il moretto della terza A.

No, decisamente, non sono mai stata una fanciulla. Una ragazzina strana, ecco quello che ero. E tutto sommato preferivo così.

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Amari Alamari

La Doroty doveva comprare un paio di orecchini da naso prima di partire per la Lunga Assenza, così siamo andate in merceria. In un vecchio quartiere della città più giovane, palazzoni anni 50 e dietro la murgia impietosa a strapiombo sulle cave di tufo. Entro nel negozio tirando giù la maniglia, c’è ancora la maniglia originale di ferro e la porta di legno verniciato, dietro il bancone una signora di sessant’anni con i capelli grigio topo anziché rosso violino intenso o biondo cinerino chiaro. Tira fuori gli orecchini per mia sorella, dietro di lei le vecchie scatole con i bottoni attaccati sul bordo, quelle in cui si va alla ricerca del bottone giusto, incrociando le dita e sperando che ci siano tutti quelli che ci servono.
Mi torna in mente il mio maestro di Tai Qi che per l’ennesima volta mi ripete che il mio kimono ha ancora gli alamari bianchi, e così mi sporgo a chiedere: "Avreste per caso degli alamari di corda neri?"
La donna mi guarda con aria vagamente malinconica: "No, signora, questi articoli non li teniamo più… abbiamo qualche bottone, ma che vuole… ormai, nessuno cuce più."
Eh sì. Una volta i vestiti si cucivano a mano. Mica cent’anni fa. Già quand’ero bambina, ricordo, a Carnevale si compravano le stoffe per fare i vestiti. E i negozi di stoffe si riempivano di sbuffi di raso multicolore, sgargianti e lucidi, di piume per i cappelli dei principi azzurri, di nastri d’argento per i vestiti da fata, di tulle rosa per le piccole principesse. Adesso sono tutti vestiti da Yughi-ho o Bi… Witch. E un vestito da Witch non si può improvvisare, a meno di non ottenere gli scarsi risultati che ebbe mia madre quando cercò di adattare un costume da Fanciulla del West a Lady Lovely per la Doroty. 
E così, niente alamari per il mio kimono. Del resto è comprensibile, chi ha ormai il tempo per sedersi a cucire vestiti? Di più, chi ha mai avuto il tempo di imparare a farlo? Solo fino a quarant’anni fa una ragazza si sarebbe vergognata di non saperlo fare. Oggi che non ci si vergogna più di niente, figuriamoci di non saper cucire, già attaccare il bottone che si è staccato dalla camicia diventa un’impresa di cui vantarsi con gli amici.
Mia madre rammenda ancora le calze, con caparbia convinzione, ben sapendo che quel quarto d’ora che perde a farlo non vale l’euro e cinquanta del prezzo delle calze stesse.
E’ una filosofia di vita, una forma mentis che è difficile perdere. E che pure si è persa nel ricambio di una sola generazione. I nostri livelli di benessere sono così elevati che possiamo permetterci di buttare via tutto quello che si rompe, o quasi. Tanto nel 90% dei casi l’ha fabbricato un cinese a cinquanta centesimi l’ora.
Pare che tra un po’ immetteranno nel mercato le auto di fabbricazione cinese. Forse allora non ci preoccuperemo più di tamponamenti e affini. Tanto quando la macchina si rompe, se ne compra un’altra. Al prezzo di cinquanta ore cinesi.
Lo so, è il progresso che viene incontro alle necessità dell’uomo. E anche alle sue futilità.

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