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L’anno che Finardi non vinse Sanremo

Vorrei volare ma non posso,
E resto fermo qua
Su questo piano che si chiama terra
Ma la terra si ferma…
Appena mi rendo conto
Di avere perso la metà del tempo
E quello che mi resta è di trovare un senso

Ma tu, sembri ridere di me,
Sembri ridere di me…

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me
Perché io non sono come te…
Ma conosco l’amore
Io, io che ho visto come te
Dritto in faccia il dolore…

Vorrei volare ma non posso
e spingermi più in là
Adesso che si fa silenzio attorno
Ma il silenzio mi parla…

Devo combattere con le mie lacrime,
mica con una poesia
E non c’è ordine nei letti d’ospedale
Come in una fotografia rivedo
dritta sulle spalle la mia figura….

E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me
Perché io non sono come te…
E tu lo chiami Dio
Io non do mai nomi
A cose più grandi di me
Perché io non sono come te…
Ma conosco l’amore
Io, che ho visto come te
Dritto in faccia il dolore…

Finardi a Sanremo non ha mai vinto, né con Vorrei Svegliarti né con Dolce Italia né con Amami Lara. Finardi non ha mai vinto pur con la sua voce vellutata e le sue parole cristalline, non ha mai vinto con la sua musica rabbiosa e a un tempo soave.
Finardi non ha mai vinto perché non è una star, è solo uno che canta l’amore e la rabbia, la vita e di tanto in tanto la morte.
Finardi non ha mai vinto perchè non riesce ad accantonare neppure per un momento la sua umanità e confezionare una canzone “per Sanremo” come Vecchioni ha ammesso di aver fatto lo scorso anno (del resto ce lo insegnò lui che se hai la bocca sporca di merda tienila chiusa e nessuno lo saprà).
Finardi non ha mai vinto e chissà che quest’anno straordinario, di manovre straordinarie, nevicate straordinarie non porti a Sanremo una straordinaria vittoria.
Finardi non ha mai vinto e quest’anno sarà ancora più difficile, non può competere con Emma Marrone e Gigi D’Alessio, loro sì che sono idoli pop trascinatori di folle, Finardi al massimo può essere un trascinatore di folli, quei folli che credono ancora che la musica ti entra nelle ossa e ti vibra nella pelle e che l’amore non è nel cuore ma riconoscersi dall’odore. E non ha mai fatto il giudice ad X Factor, non ha mai mostrato un piglio da intenditore e lanciato sguardi inquisitori, al massimo sorrisi distesi di chi nella vita e nell’arte ne ha passate abbastanza da sapere che è impossibile giudicare.
Finardi non ha mai vinto Sanremo e non lo vincerà mai e in fondo chissenefrega. A me basta sapere che mi regalerà un’altra esibizione, e un altro pezzo che mi entri nello stomaco, e mi faccia ricordare una delle tante vite che non ho vissuto.
In bocca al lupo, vecchio leone.

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Fuori dal gabbio

La custodia cautelare spiegata da Valerio Onida | Il Post.

Vorrei partire da questo, perché è un punto di vista importante, motivato e competente. Vorrei partire da questo perché sia chiaro che, nel commentare la recente sentenza della Cassazione secondo cui, precisamente, la custodia cautelare preventiva in carcere non è più obbligatoria nei reati di stupro di gruppo, non voglio fare della facile demagogia né tanto meno del femminismo spicciolo.

Mi pare però importante ricordare, a dispetto di quanto spiegato da Onida (che per inciso si riferiva alla precedente pronuncia della Corte Costituzionale sul medesimo tema), quale sia il ruolo della vittima in uno stupro, e in special modo in uno stupro di gruppo. La vittima (che dobbiamo presumere tale, a meno di non volerla presumere bugiarda come conseguenza della presunzione d’innocenza degli accusati, cosa che non è e sarebbe abominevole se fosse) dopo lo stupro si trova, oltre in una situazione emotiva di terrore e confusione come logico per chiunque, maschio o femmina, abbia subito una violenza fisica, finanche avulsa della componente sessuale, anche in una scomodissima situazione sociale: nella società ci sarà sempre qualcuno che penserà che se l’è cercata, che doveva stare più attenta, che probabilmente ha provocato… Dopo una violenza sessuale una donna vorrebbe poter fare una sola cosa: sparire dalla faccia della terra. Nascondersi, perché è considerata una cosa vergognosa. Tanto più è ingenua e virginale, tanto più si sentirà violata e sporca; tanto più è emancipata e spregiudicata, tanto più si sentirà in colpa, o avrà paura di non essere creduta.

Onida sostiene che la carcerazione preventiva è necessaria per i reati di criminalità organizzata perché finalizzata a spezzare i legami tra i soggetti criminali indispensabili per l’esercizio di quel tipo di criminalità. Non si chiede però per quale motivo il legislatore nel 2009 l’aveva ritenuta necessaria anche per i reati sessuali. E il motivo sta nella paura, nella vergogna, nella difficoltà emotiva e psicologica che una vittima di stupro trova nel denunciare i suoi aguzzini.

La carcerazione preventiva era una tutela per la vittima che rendeva di fatto più facile sporgere denuncia, decidersi a compiere un passo così difficile e sofferto, mettere a nudo la propria intimità già violata. E non si può obiettare che questa facilità incentiverebbe la denuncia dei falsi stupri, perché i casi di denuncia di falsi stupri sono incommensurabilmente inferiori al numero dei casi in cui la violenza non viene neppure denunciata.

Ciò detto, noto con molto disappunto che l’informazione a riguardo è carente in modo colpevole: viene fatta passare l’idea che lo stupro di gruppo non sia più punito con il carcere.  Stiamo attenti che qualcuno ci può credere, e approfittarne…

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…O sei entrato in banca pure tu?

Lavorare in banca, se sei nato negli anni ’70, è una sorta di croce e delizia. Delizia perché, c’è da dirlo, è uno degli ultimi settori capaci di offrire l’agognato posto fisso; ed è un’unica delizia che compensa adeguatamente ogni altra croce.

Premessa doverosa. Ma ora, lasciatemi sfogare.

All’inizio degli anni ’90 Compagno di scuola era una delle mie canzoni preferite, insieme a Giulio Cesare. Nessuno come Venditti è stato in grado di tradurre lo stato d’animo di un “proletario” in un liceo classico, al primo impatto con la politica, la fatica, i batticuori e i risentimenti che ti accompagneranno tutta la vita. Tu ti dicevi che eri diverso – tutti eravamo diversi – e poi c’erano Orazio e il professor Keating, Carpe Diem e L’attimo fuggente.

E la biblioteca ammuffita, e quei ragazzi che oggi erano concime per i fiori. Invincibili, come ci sentivamo noi.

Poi venne fuori Gino Paoli con Quattro amici al bar, destinati a qualche cosa in più che una donna ed un impiego in banca. I poeti maledetti, lo spleen e l’idéal, Falcone e Borsellino che saltavano in aria negli attentati, Antonio Di Pietro che allora sembrava un eroe e, si sussurrava, sarebbe stato il prossimo a saltare. La Prima Repubblica che cadeva, la Pantera che nasceva, lunghi cortei portando su uno striscione più alto di me, papà che pensava che la polizia mi avrebbe schedata e non avrei mai trovato un lavoro.

Portavo, allora, un eskimo innocente (io lo chiamavo giubbone…) dettato solo dalla povertà. In effetti l’avevo ereditato da qualche cuggina, così come il montone con gli alamari e il cappuccio, sciccosissimo capo vintage che per anni è stato il mio feticcio, nonostante fosse la pelle di un povero animale, così contrario ai miei principi. Ma tanto non l’avevo comprato, io.

Poi qualcuno è andato per l’età (no, non ancora, almeno), qualcuno perché è già dottore, si è sposato, fa carriera… ed è una morte un po’ peggiore.

Eravamo 22 quelli della III D. Era l’anno dei mondiali, quelli del ’94. Dei miei compagni di scuola, siamo in due a non esserci salvati, ad essere entrati in banca. Almeno per quel che so.

A volte il mio lavoro non è molto diverso da quello di un call center, ma finisco alle cinque. Dopo, guarda un po’, ho tutta la vita davanti. Il tempo per pensare, poetare, disegnare, battagliare. Cazzeggiare su Facebook, soprattutto.

In questoi male se res habet, forse, in realtà, sono io quella salva. A dispetto di Venditti, Paoli, Guccini e tanti altri cantautori, eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni.

O no?

 


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Ad occhi chiusi

Ho finito ieri di leggere Cecità di Saramago. E’ un romanzo straordinario, ma un punto in particolare mi ha colpito, ed è da quel punto che nasce questo post.
A un certo punto della storia i progaonisti si imbattono in un o scrittore cieco; uno scrittore che, nonostante la cecità, non ha saputo perdere il vizio di scrivere; privato della propria casa e quindi, probabilmente, anche della propria macchina da scrivere, in un periodo in cui forse ancora non esistevano i word processors, ma se esitevano, certo non era possibile utilizzarli nel mondo del romanzio ormai privo di elettricità, il professore utilizza  una biro e un foglio di carta su un supporto morbido er continuare a scrivere, seguendo con le dita l’imprimatur del l’inchiostro  nel foglio.
Cos’è più difficile, in questo caso? Uno spenserà che si a la opossibilità di trovare il capo per scivere.
Non è cosìò Ho imparato a scrivere a tastiera cieca una quindicina di aanni fa, con un vecchio manuale di dattilografia.
La cosa più difficile, me ne rendo conto ora, non è scrivere correttamente, quanto seguire il filo logico della scrittura senza perdere il senso, senza perdere la grammatica.
Questo è un post scritto a docchi chiusi. In onore di quel vecchio scrittore che non aveva, come me, la comodità del word processor e della scrittura a tastiera cieca. Sicuramente ci saranno degli errori di ortografia, ma gli errori più grandi, io temo saranno di analisi logica. perché è tanto difficile seguire il filo logico dei proprio pensieri senza perdersi, senza potersi rileggere, e stando anche attenti a non commettere troppi errori di orttografia.
La vista è solo uno dei nostri cinque sensi.
Ma è oil più importante nella nostra precezione sensoriale. Togliere a un uomo la vista è come togliere a una talpa l’olfatto, a un pipistrello ludito.
Forse è per questo che il nostro mondo si basa così tanto sulla ugace apparaenza.

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Se Fazio non fosse così maledettamente paraculo.
Se la PFM non avesse cantato la versione censurata di Bocca di Rosa anziché quella originale.
Se non avessero affidato la mia canzone preferita a quella mezza sega di Jovanotti.
Se Samuele Bersani non avesse avuto linfluenza.
Se uno dei pochissimi interpreti intervistati non fosse stato Tiziano Ferro, ma, che so, uno a caso, Massimo Bubola? Mario Pagani?
Se ci fosse stata anche unaltra voce femminile oltre quella purissima di Antonella Ruggiero…

…sarebbe stata una serata perfetta.

Ma anche così cè andata vicino.

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Nuove Tendenze

Sabato scorso ero sulla spiaggia con i cugini Iaia e Dome e Mikelotta e all’improvviso quest’ultima (quattordici anni, tre millimetri di matita sugli occhi, lettore mp3 collegato direttamente al cervello) vien fuori a dire che lei è “Emo”.

Sentendosi in coro chiedere da esseri di diverse generazioni (Iaia ha ventun anni, Dome diciotto e la sottoscritta trentuno suonati): “Che cazzo vuol dire Emo?” Mikelotta ha preso un’aria di composta superiorità e ha pazientemente spiegato: ci sono gli Emo, e poi ci sono i Truzzi. Gli Emo (da emotional) sono sensibili, anticonformisti, punkettari e rockettari. Ascoltano i Tokio Hotel (sui quali andrebbe fatto un lungo discorso a parte) ma non disdegnano Avril Lavigne e altro simil punk.
I Truzzi, al contrario, vivono di loghi e di vestiti firmati (o piuttosto delle imitazioni che si vendono a centinaia sulle bancarelle), ascoltano house e tecno e girano in macchina (quelli che hanno l’età per guidarla) con la radio a palla.

Credevamo tutti che fosse una classificazione limitata all’area geografica della mia angusta cittadina di provincia. Babbei retrogradi, almeno Dome, che data l’età avrebbe dovuto essere al corrente delle nuove tendenze.

Una rapida scorsa su YouTube mi ha infatti dimostrato che il fenomeno è esteso a tutta Italia: dove una volta c’erano Paninari e New Romantic, dove c’erano Hippopari e Metallari, oggi ci sono Truzzi e Emo.

Perciò è da sabato che mi affligge un atroce dubbio.

Io ascolto per lo più Radiohead, Muse, Franz Ferdinand, Strokes e via cantando. Il Lombardo Veneto, che odia i suddetti gruppi, ascolta jazz, Ellis Regina, Allevi e Bollani. Chi dei due è il Truzzo, e chi l’Emo???

Io, comunque, tifo Emo.

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Userò ancora una volta questo pubblico spazio per confidarvi le mie pene e le mie debolezze.
Sì, lo so che avevo promesso di non triturarvi più i gioielli di famiglia raccontandovi i miei problemi, ma stavolta sono davvero preoccupata, ho un nodo che mi stringe lo stomaco e devo assolutamente sfogare la mia ansia.
Il fatto è che domani sera ho le prove della BluesOnBand. Il fatto è che pretendono che io canti. Anzi, sono stata io a pretendere di cantare.
Come al solito la colpa è di Hb. Io ero lì soltanto come consulente cinematografica per la rassegna di film musicali. Poi, alla fine della serata, lui se nè uscito con un "Ma tanto si sa che tu e Fourx non sapete fare niente". Al che punta sul vivo, la sventurata rispose: "Non è vero! Io so cantare! Posso fare la corista!"
Il fatto è che io pensavo che "fare la corista" significasse fare soltanto Ooh-ooh-ooh e Du du du du du e al massimo Chains-chains-chains.
Invece lui intendeva che io dovevo cantare.
Ora, magari potrò avere un po di voce (anche troppa, se vogliamo). Anzi, la leggenda dice che mia madre da giovane fosse una cantante, e nellalbum di foto di famiglia cè persino una foto che la ritrae insieme al padre di Hb che suona il basso. Il punto è che per me cantare sulla base del Karaoke è di per sé già drammatico. Figurarsi cantare con una band.
Mercoledì scorso è stata la prima volta che ho provato una canzone e… vi assicuro che non posseggo cotanta penna da poter raccontare cosa è successo.
Per darvene unidea, posto un brano di J.K. Jerome che si adatta perfettamente alla situazione:

Naturalmente nessuno pretende una gran voce per una canzonetta allegra. Né ci si attende la perfezione in quanto a dizione e vocalizzi e non si fa caso se un uomo a metà di una nota trova che è troppo alta e labbassa dimprovviso. Non importa se il cantante corre due battute più avanti dellaccompagnatore e a metà di una strofa si interrompe per discutere col pianista e poi riprende la strofa da capo. Ma le parole ci si aspetta di sentirle.
Non vi aspettereste che quel tipo non arrivi a ricordare altro che i primi tre versi della prima strofa e che continui a ripeterli fino a che non è il momento di cominciare col ritornello. Non vi aspettate che a metà di un verso quello si fermi, si faccia una bella risata e dica che è buffo ma che sia dannato se riesce a ricordare il resto e quindi cerca dimprovvisare, ma che poi se ne ricorda, proprio quando è arrivato ad un altro punto della canzone, e quindi si ferma per tornare indietro e senza avvisare salta di qua e di là. Certo che non ve lo aspettate; ebbene vi darò una piccola idea delle interpretazioni comiche di Harris e giudicherete da soli.
HARRIS (in piedi dinanzi al piano si rivolge al popolo in attesa):E una cosetta molto vecchia, dico. Credo che tutti la conoscano già, dico. Ma è lunica cosa che so. E la "Canzone del Giudice", di quelloperetta… sapete, no, non intendo dire quella – voglio dire – mi capite non è vero? – quellaltra cosa dico. Poi tutti fate il coro, dico.
(Mormorii di sollievo ed ansietà di fare il coro. Brillante esecuzione dellintroduzione della "Canzone del Giudice" interpretata da un pianista nervoso. Arriva il momento in cui Harris deve attaccare. Harris non se ne accorge. Il pianista nervoso ricomincia lintroduzione e Harris comincia a cantare allo stesso tempo e butta fuori i primi due versi della "Canzone del Primo Lord". Il pianista nervoso cerca di continuare la sua introduzione, ma deve rinunciare e tenta di seguire Harris con laccompagnamento della "Canzone del Giudice". Il poveretto vede che non vanno daccordo, cerca di capire quello che sta facendo, e dove si trovi; la testa gli gira e smette di colpo.) HARRIS (incoraggiandolo cortesemente): Va benissimo così. Lei mi sta accompagnando molto bene, continui.
PIANISTA NERVOSO: Temo che ci sia un errore, da qualche parte. Che cosa sta cantando, lei?
HARRIS (pronto): Ma come! La "Canzone del Giudice". Non la sa?
UN AMICO DI HARRIS (dal fondo della sala): No, testone, stai cantando la "Canzone dellAmmiraglio" (Lunga discussione fra Harris e lamico di Harris in merito a ciò che Harris sta cantando in realtà. Lamico infine dice che non importa che cosa canti Harris purché vada avanti una buona volta e la canti, e Harris, covando palesemente il sentimento di avere patito un torto chiede al pianista di ricominciare. Al che, il pianista attacca lintroduzione della "Canzone dellAmmiraglio" e Harris, cogliendo nella musica quella che gli pare un occasione propizia comincia.)
HARRIS: Quandero giovane e avevo la vocazione del Foro…
(Fragoroso scoppio di risa generale, che Harris interpreta come un complimento. Il pianista, sapendo di avere moglie e figli, abbandona limpari lotta e si ritira; ne prende il posto uno danimo più saldo.) Nuovo PIANISTA (allegramente): Su allora, vecchio mio, comincia tu che io ti seguo. Lasciamo perdere le introduzioni.
HARRIS (che a poco a poco ha cominciato a capire come stanno le cose – ridendo): Per bacco! Vogliate scusarmi Ma certo: ho confuso le due canzoni. E stato Jenkins a farmi imbrogliare, dico. Su, avanti.
(Cantando; la sua voce sembra venire dalla cantina e fa pensare ai primi sordi boati che preannunciano un terremoto.)Quandero giovane mero impiegato da fattorino di studio dun grande avvocato.
(A parte, al pianista): Troppo bassa lintonazione, vecchio mio; riprendiamo da capo, se non ti dispiace.
(Canta nuovamente i due primi versi, questa volta in acuto falsetto. Movimento di sorpresa fra il pubblico. Una vecchia signora nervosa, presso il caminetto, si mette a piangere e devessere condotta fuori.) HARRIS (continuando): Spazzavo le finestre tutto contento e… No, no. Spazzavo il portone del gran casamento. E lustravo di lena il pavimento – no, in malora – oh, scusate! – che buffo che non mi venga in mente questo verso. E… E… – Oh, be! Passiamo al ritornello, e coraggio, proviamo (canta):
Perdi-perdi-perdirindindina ora comando le navi della Regina.
Su tutti in coro. Ripetere i due ultimi versi, dico.
CORO GENERALE: Perdi-perdi-perdirindindina ora comando le navi della Regina.
E non cè modo che Harris si renda conto della figura da cretino che fa, e di come stia seccando una quantità di gente che non gli ha fatto alcun male. In buona fede, egli crede di averli dilettati, e dice che dopo cena canterà unaltra canzonetta comica.

Domani sera ho di nuovo le prove. Misererere nobis.


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