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L’arrivo del Marchese

Ho deciso di dedicare parte dello spazio di questo blog ad un mio amico. E’ un amico di vecchissima data che di tanto in tanto viene a farmi visita. Intendiamoci, non si tratta di una persona. E’ un mago Baol, e se non sapete cos’è un mago Baol, beh, informatevi, perché definirlo diversamente diventerebbe imbarazzante.

Questo mio amico ha un nome speciale che non può essere rivelato a nessuno, perché come i nomi degli indios dell’amazzonia, in esso è nascosta la sua anima, e chi lo conoscesse finirebbe con il possederla.

Pertanto lo chiamerò con un nome che non è il suo, e non si avvicina neppure lontamente al suo; o meglio ancora, gli darò un titolo nobiliare, perché in effetti, nella sua vita irreale, lui è un nobile, un Marchese nato nel 1399.

Ho deciso di dedicargli una categoria perché se lo merita. Vedete, ricevere di tanto in tanto la visita di un Marchese di fine trecento (quasi millequattro…) apre inimmaginabili spiragli di riflessione.

Oggi, per esempio, quando è venuto a trovarmi, stavo guardando sul Terzo un documentario su Eva Braun. Il Marchese, ovviamente, ignorava bellamente chi fosse Eva Braun e finanche Hitler ed io, tentando di non perdere il filo del documentario, tra una ripresa e l’altra girata dalla telecamera della bella del Furher gli ho spiegato a spizzichi e bocconi qualcosa sul Terzo Reich e la Seconda Guerra Mondiale. Il Marchese, il quale è ormai avvezzo alla televisione (ma un giorno vi racconterò il suo primo incontro con essa) non aveva però mai considerato l’opportunità che il video ci fornisce di vedere, materialmente, la storia passata con i nostri occhi.

Lui, che nella sua ingenuità trecentesca è comunque uomo di grande cultura, ha sgranato gli occhi al pensiero della fatica risparmiata agli storici da cotanta geniale invenzione. Mentre sotto i nostri occhi passavano le immagini degli scheletri umani dell’olocausto ( di fronte ai quali, c’è da dire, il Marchese, abituato ai mendicanti dei suoi tempi, era assai meno sgomento di me) continuava a ripetermi: "Ma immaginate, madamigella, che noi avremmo potuto conoscere le reali imprese di Alessandro Magno! Scoprire chi effettivamente accoltellò per primo Cesare!". Io tentavo di calmare i suoi entusiasmi spiegandogli che dietro la telecamera deve sempre esserci un operatore, e che l’operatore altro non è se non uno storico, e che se Erodoto avesse avuto la telecamera avrebbe dovuto correr dietro a tutti gli avvenimenti per filmarli, che insomma non è una cosa che casca dal cielo; e in particolare per l’omicidio di Giulio Cesare l’eventuale operatore avrebbe dovuto rischiare la propria pellaccia per riprendere gli assassini dell’imperatore (però ora mi viene in mente che nel Senato romano potevano esserci le telecamere a circuito chiuso…), ma lui non si lasciava convincere.

E in effetti a me stessa le mie obiezioni sembravano labili. Finché non ho riflettuto più a fondo e non ho capito il vero motivo per cui, alla fine,  nel passaggio dal documento scritto al documento video non c’è stata tutta questa gran rivoluzione della storia.

Forse i primi tempi, forse nella Seconda Guerra Mondiale, poteva essere ancora così. Ma neanche allora, in fondo: perché se oggi tutto può essere preparato e incanalato perchè i video riproducano quello che si vuole che venga riprodotto, falsificando la realtà a nostro piacimento, anche allora la scelta tra montare un pezzo piuttosto che un altro non era indifferente. Quando vedo il giovane ebreo nudo pelle e ossa rigirato dal soldato russo, posso solo sperare che non siano andati a scegliere il più emaciato, o al contrario il meno malridotto del campo. E se invece avessero ripreso, ad uno ad uno, tutti gli ebrei del campo, la scelta dell’ebreo da mostrare non sarebbe stata altro che delegata: al montatore del documentario, all’occasionale curatore.

La quantità di informazioni di per se stessa contribuisce alla perdita dell’informazione stessa. Certo, si potrebbe, in teoria, documentare tutto. Ma cosa sappiamo oggi della vita e dell’essere di Osama Bin Laden più di quanto sappiamo della vita e dell’essere di Alessandro Magno, nonostante tutti i video in cui compare il primo? Non lo so, forse per ignoranza mia; tenterò di rimediare guardando il prossimo documentario dell’autore di SuperSizeMe.

Quindi c’è il problema della falsificazione deliberata, che si può ottenere con un abile montaggio, ma anche quello della falsificazione subdola, che proviene dallo stesso soggetto ripreso. Oggi la multimedialità è talmente inserita nella nostra vita quotidiana che praticamente ognuno di noi a un suo "clone da telecamera" che cambia accento, modo di muoversi e forse anche di pensare quando si ritrova di fronte la spia rossa accesa, fosse anche soltanto quella della webcam. Figurarsi quelli, come gli uomini di potere, per i quali andare in video, e andarci bene, è un mestiere.

Non è un caso che la storia quella vera venga fuori per caso, nei fuori onda, nei microfoni rimasti accesi, nelle telecamere nascoste. Ne è un esempio il primo outing del dissapore tra Berlusconi e Fini, smascherato da un microfono acceso (a bella posta? anche qui il gioco delle scatole cinesi delle intenzioni diventa così sottile che è difficile seguirlo).

Ho tentato di spiegare tutto questo al Marchese. E lui m’ha guardato con aria di compatimento. Certo, anche ai suoi tempi i politiici erano politici. Ma una volta potevano ritrattare senza questa spada di Damocle sospesa sul loro capo. "La memoria collettiva è labile" mi ha detto "chiunque può dire una cosa in pubblico e il giorno dopo dirne un’altra, se non si può rivedere cosa ha detto".

Stavo per rispondergli, ma ho preferito lasciarlo nella sua beata convinzione di un futuro (per lui) migliore.

Inutile mostrargli gli innumerevoli video in cui il Premier prima dice ‘na cosa e il giorno dopo tutto il contrario. Sotto gli occhi di tutti.

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