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Bello(cchio) Addormentato

Ieri sera me ne sono andata al cinema a vedere Bella Addormentata, il film di Marco Bellocchio ispirato dalla vicenda di Eluana Englaro.  E stamattina,  alla consueta rassegna stampa del Sole 24 Ore, ho sentito della reazione piccata del regista alla mancata premiazione con il Leone d’Oro del suo film al Festival di Venezia.

Sorvolo sull’opportunità di un commento da treenne del tipo “e io non gioco più!” perché vorrei soffermarmi piuttosto sui motivi del perché, secondo me, Bellocchio non meritava il Leone d’Oro.

Si dice che non si debba parlare di un film partendo dalla sceneggiatura… ma perdinci, se la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, qualche responsabilità nell’affossare il film gliela dobbiamo pur dare.
Nella pellicola passiamo da un tizio che incontra una, peraltro piuttosto cessa (è Alba Rohrwacher ) in autogrill e le scrive il numero di telefono sulla mano, come nella migliore tradizione della letteratura mocciana  –  a un medico che si appassiona alla storia personale di una tossicodipendente senza che ce ne venga fornita alcuna giustificazione (non è un ragazzino di quindici anni che s’innamora della tossica e la vuole salvare; è un medico che di tossici ne avrà visti passare almeno dieci al giorno nel corso di una carriera ultradecennale, quindi non si capisce perché questa lo fulmini sulla via di Damasco, a parte il fatto che oggettivamente è un gran pezzo di figa, infatti non è la Rohrwacher ma Maya Sansa) – a un’ attrice di talento che si segrega tra casa a e chiesa nel tentativo di convincere il padreterno a far risvegliare la figlia in stato vegetativo, peraltro composta sul letto come una perfetta modella di D&G, senza un filo di bava, di muco, di cispa, neanche un capello fuori posto.

Se i personaggi sono interessanti, nella loro atipicità, le loro motivazioni sono spesso assurde se non inesistenti. Al posto dell’inconsueto che irrompe nel quotidiano sconvolgedone le coordinate e dando vita ad una nuova realtà, come sarebbe nelle intenzioni del regista,  assistiamo ad un quotidiano avulso da qualsiasi contesto che crea spunti di riflessione non contestualizzati.  L’impressione è che regista e sceneggiatori creino in un mondo parallelo, un mondo alto borghese in cui le passioni nascono e muoiono senza movente, catalizzate unicamente dall’alchimia degli incontri e dai fraintendimenti, come se gli sceneggiatori avessero lanciato i dadi e accoppiato le pedine dei personaggi in modo del tutto casuale, per vedere cosa ne veniva fuori.
E cosa ne è venuto fuori? Un film che si dà tante arie ma si sgonfia come un palloncino punto da uno spillo. Con una buona regia che non riesce tuttavia nell’impresa di rendere credibile questo baraccone di borghesi tanto disperati quanto composti. Un vero peccato, perché la tematica di fondo è molto forte, e gli spunti interessanti non mancano: la madre della ragazza in stato vegetativo che si riduce lei stessa a un vegetale che viva in funzione dell’eventuale risveglio; il ragazzo con il fratello bipolare che vive la stessa schiavitù di chi conviva con un malato terminale; il senatore del PdL che non riesce a negare la propria storia politica e personale per compiacere l’ambizione dei suoi colleghi e del suo presidente. Mi è sembrato un film riuscito a metà; che non è comunque un cattivo risultato, vista la complessità del tema e considerato che ci si propone di affrontarlo a tutto tondo,  da punti di vista diversi ed esplorandone i territori contigui; ma da qui a prendere premi, ce ne corre.

A parte forse un Razzie Award per Brenno Placido, il più cane tra i numerosi figli d’arte  – tra cui lo stesso figlio del regista – che interpretano il film. Se questo cinema italiano fosse un po’ meno italiano…

Edit: scrivendo il pezzo non sapevo che Michael Mann avesse definito il film di Bellocchio “provinciale”.  Purtroppo la provincialità, a mio parere, è proprio una delle caratteristiche che il cinema italiano stenta a scrollarsi di dosso. Forse perché in fondo siamo un po’ provincia del mondo.

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Di Harold & Maude, ovvero come vorremmo che ci raccontassero l’Amore.

Il miracolo dell’amore. Secoli e secoli di epica, epigrammi, haiku, canzoni di gesta, sonetti, romanzi. Tutti incentrati sulla nascita e la scoperta del sentimento, sul vero passaggio iniziatico dall’infanzia all’età adulta.

Tutti a raccontarci nelle più disparate salse la nascita dell’amore tra creature straordinarie, bellissime Elene, Angeliche, Giuliette o Cosette e altrettanto belli Paridi, Medori, Romei e Marius.

Dall’Iliade a Twilight l’amore è sempre stato privilegio delle belle e degli eroi.

Noi poveri e oscuri mortali sappiamo tuttavia dalle nostre vite miserabili che così non è. Sappiamo che l’amore non solo può infiammare anche il più meschino degli uomini e la più laida delle donne, ma che miracolosamente, a volte, è ricambiato.

Harold e Maude è la storia del vero amore, quello che si spoglia di ogni orpello sociale e va contro le più radicate convenzioni. L’amore che nasce dall’esperienza mistica, non religiosa ma, appunto, sentimentale, e si sublima in una persona reale. Tutti noi conosciamo quello stato nascente (mi si perdonerà se cito Alberoni?) che ci assale ogni volta che un’esperienza si prende la briga di volerci cambiare la vita. Non è un caso che grandi amori nascano durante i viaggi e le rivoluzioni: ci innamoriamo degli ambienti, delle atmosfere, e il fortunato che ci capita in mezzo, se è affine al nostro sentire, diventa immediatamente l’oggetto di quell’amore che trasuda.

Maude è per se stessa un’esperienza di Harold; così come Harold, per Maude, è un meraviglioso mondo da scoprire. Ognuno di loro genera uno stato nascente per l’altro: Maude è così forte nella propria carica emotiva da riportare alla vita il nevrotico Harold; Harold è il regalo inaspettato per gli ultimi giorni di Maude.

Tutto il resto, ha importanza? Non per due negletti come loro.

Il rifiuto totale degli schemi sociali, non deliberato ma viscerale, li porta ad un sentimento per altri inaccettabile.

E questo è il vero amore, che meriterebbe d’esser cantato ed esaltato più d’ogni altro: l’amore che non trova senso se non in se stesso, l’amore tautologico, assoluto, l’amore come scelta di sopravvivenza. L’amore che i più fortunati di noi hanno occasione di vivere, almeno una volta nella vita.

Così forte e spiazzante che nessuno aveva mai avuto il coraggio di raccontarlo prima del 1971.

E nessuno lo avrebbe quarant’anni dopo.

P.S.: la scena che compare nell’anteprima del video io nel film non l’ho vista. Temo che sia stata censurata. Troppo scandalo un casto bacio.

 

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La Versione di Barney – Post Visione

Come non si giudica mai un libro dalla copertina, così non si dovrebbe mai giudicare un film dal libro da cui è tratto. Cinema e letteratura sono due arti diverse così come letteratura e scultura; come non ci verrebbe mai in mente di dire, guardando l’Apollo e Dafne di Bernini: “E’ bello, ma preferisco Le Metamorfosi di Ovidio”, così non dovremmo permettere a noi stessi di dire di un film: “E’ bello, ma preferisco il libro”.

Tuttavia dobbiamo ammettere che cinema e letteratura condividono l’impianto narrativo, anche se nel primo caso si esprime in immagini e suoni e nel secondo in parole; e su questo registro cade, a mio parere, La Versione di Barney. Per un motivo banale: il punto di vista.

La Versione di Barney è un libro scritto in prima persona dal protagonista: ogni cosa che Barney racconta è filtrata dal suo personalissimo punto di vista, ironico, che distorce personaggi ed eventi.

L’errore della trasposizione è stato prendere quel punto di vista e portarlo sullo schermo come se fosse oggettivo e non soggettivo. Ne consegue che ciò che sulla carta faceva sorridere, perché se ne percepiva la parzialità, sullo schermo risulta macchiettistico ed esagerato.

Ho raccolto le impressioni di un paio di amici che non avevano letto il libro e ne ho avuto conferma: Minnie Driver sembra Minnie di Topolino per quanto è petulante e rompiscatole. Molti passaggi sono oscuri: la prima parte, quella girata in Italia, strappa qualche sorriso, ma si chiude frettolosamente senza riuscire ad emozionare, neppure sulla morte di Claire.

La parte centrale è certo la meglio riuscita, a causa della felice alchimia che si stabilisce tra Giamatti e Dustin Hoffman. La scena più divertente è quella del ballo al matrimonio; dopo di che entra in scena Miriam, e tutto comincia a sapere di muffa. Non per Rosamunde Pike, che a mio parere è perfetta, la vera immagine di Miriam Grant sullo schermo; piuttosto per Giamatti che, come prevedevo, è sì, divertente nelle scene grottesche, ma ha il difetto di essere grottesco quando vuol fare il romantico. Così la scena in cui rincorre il treno di Miriam perde di mordente, perché già ci immaginiamo che uno sfigato del genere che corra dietro a un treno farà la figura dell’imbecille.

E il fatto che Miriam capitoli alla corte serrata di Barney diventa totalmente inspiegabile. Chiunque altra l’avrebbe denunciato per stalking.

Ad aumentare questo senso di inadeguatezza è la scelta dei suoi rivali: Boogey e Blair, entrambi interpretati da attori Wasp e fighi. Se è un modo per trasmettere l’idea che Barney, tra quelli che lo circondano, è l’unica persona autentica, rischia però di cadere nel calderone degli inautentici anche la perfettissima Miriam.

Perché, per l’appunto, manca quell’ironia che ammicchi allo spettatore e gli dica: "Guarda che ti prendo in giro, non è andata esattamente così, questa è la versione di Barney". Non a caso le parti che ritengo meglio riuscite sono quelle in cui il regista si allontana dal testo e restituisce delle immagini autentiche, di vita familiare; le partite a Scarabeo con la figlia, il matrimonio ebreo in cui tutti cantano e ballano Hevenu Shalom.

Se mi metto nei panni di uno spettatore che non abbia letto il libro, mi ritrovo ad uscire dal cinema pittosto spaesata. Senza aver compreso cos’avesse, di speciale, questo Barney Panofsky, da meritare di farci un film.Appurato che non è Checco Zalone, e che il fine ultimo non dev’essere stato di farci crepare dalle risate. Un film garbato, a tratti molto divertente, poco emozionante, del tutto dimenticabile.

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La Versione di Barney – Pre Visione

La Versione di Barney è il mio film evento dell’anno, e merita pertanto un post di presentazione ante visione. Io critico sempre i film prima di vederli, mi faccio un baffo di essere ritenuta poco obiettiva, perché il pregiudizio concorre alla formazione di un giudizio completo. E questo film insitlla in me profondi pregiudizi.

Intanto, la scelta del protagonista. Ma sono matti? Ho già la risposta: no, sono filmaker. Pronti a ingrassare il botteghino convogliando al cinema il popolo bue ansioso di vedere un’esilarante commedia. E quindi scelgono un protagonista che fa ridere solo a guardarlo in faccia, un uomo che, come dice giustamente il Bradipo, sembra la versione in carne (troppa) e ossa di Burt Simpson. Come se Barney, quello vero, fosse uno sfigato ciccione incapace di colpire la fantasia di una donna, invece che un miliardario beone ma tutto sommato affascinante. Il bello degli uomini è che possono essere bruttini ma a un tempo estremamente arrapanti: penso a Steve Buscemi, a Tim Roth o Willem Dafoe, tanto per citare i miei preferiti.
Questo non vuol dire, però, che anche tra gli uomini non possano albergare cessi senza rimedio. Tra gli attori, si sa, è difficile trovarne. Così su due piedi mi viene in mente solo Philip Seymour Hoffman. Eppure per Barney sono riusciti a trovare di peggio.
Questo già fa vagamente capire la tendenza macchiettistica che assumerà il film; ma andiamo avanti con il casting e scopriremo che il Cesso Barney sarà affiancato da un Boogie Strafigo, tale Scott Speedman, una delle tante versioni viventi di Ken della Barbie che popolano il cinema americano. Ex nuotatore, perfetto per interpretare il tossicodipendente presunto morto annegato.

Ora, che Boogie fosse più figo di Barney, nel libro era abbastanza chiaro. Che la trasposizione cinematografica della figaggine debba esplicarsi esclusivamente sul piano della fisicità dei protagonisti, mi sembra una bella resa del regista: per la serie siccome non so come cazzo far capire che Boogie è molto più figo di Barney, provo il collaudato effetto Jerry Lewis – Dean Martin. Fraccate di risate e di incassi.

Il resto del casting sembrerebbe azzeccato (soprattutto le donne), anche se mi chiedo, visto che avete comunque scritturato tutta la famiglia Hoffman, perché non fare interpretare a padre e figlio le due parti di Barney giovane e Barney vecchio? Il giovane Hoffman è abbastanza medio per interpretare il giovane Barney, e Dustin è perfetto per interpretare il vecchio. Ma no, ormai il make up artist fa miracoli, e teniamoci ‘sto Giamatti con il parrucchino per metà film.

E le location? Ok, Roma costa meno di Parigi, con Cinecittà e tutto il resto, ma vi sembra credibile un gruppo di bohemien on the road intenti a trangugiare piatti di amatriciana a Trastevere? Una poetessa anoressica che scende la scalinata di Piazza di Spagna invece che quella del Sacre Couer?

Dubbi anche su questo. Ma del resto si sa che gli italiani sono più paciosi dei francesi, e quindi fanno più ridere. Speriamo che oltre a Massimo Wertmuller non abbiano scritturato anche Biagio Izzo.

Fin qui, ce n’è già abbastanza per farmi desistere dalla visione. Ma il bello deve ancora venire.
Scorrendo la lista dei personaggi su IMDB ho sentito un brivido correre lungo la schiena. Dove minchia è Terry McIver??? Non c’è.

Magari è una svista.

Lo spero proprio.
Perché fare un film su Barney e togliere la vera ragione di vita del protagonista (altro che l’amore per Miriam… quella è solo una sua fissa romantica) sarebbe esplicitare la propria totale incompetenza.

Non credo proprio che spenderò cinque euro e cinquanta per andare a vedere questa roba.

Infatti ci andrò gratis, perché è in promozione con la Tre.

Alla post recensione.

P.S.: forse non era possibile mettere Hoffman padre & figlio nel ruolo di Barney. Forse l’effetto sarebbe stato bruttino… ho trovato un’altrenativa eccellente. Quello a destra nella foto è Mordecai Richler, autore del romanzo (fortemente autobiografico). Giudicate voi se non è una goccia d’acqua con Benicio!

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C’è un Presidente del Consiglio che con tutta probabilità va a mignotte. C’è che alcune di queste mignotte sono (erano) minorenni. C’è che il popolo, soprattutto quello ostile al Presidente del Consiglio, s’indigna. C’è che il Presidente del Consiglio dice sono fatti miei se so godermi la vita. C’è qualcuno che simpaticamente gli ricorda che per una donna si può anche finire in galera.
E poi c’è un film di un regista emergente, indipendente, distribuito dalla Lucky Red, per intenderci, quindi roba d’essai, radical (poco) chic; e in questo film c’è un signore di circa 50 anni che s’innamora di una ragazza cinese di circa 18 anni; la ragazza è cinese, non parla italiano, ha un viso da dea  e un corpo da adolescente; si esprime attraverso sorrisi e sguardi, che poesia. I due non fanno sesso, è vero, ma non si può dire che l’affetto di lui sia paterno, né che quello di lei sia filiale; c’è un tentativo di bacio abortito dalla inopportuna  presenza del padre (vero) della ragazza ma nulla di più; i due si comportano come fossero adolescenti alla prima cotta.
Il film in questione è Gorbaciof, di Stefano Incerti, regista talentuoso, a mio parere, ma sceneggiatore carente. Non sto qui a farne la critica ma piuttosto a lanciare una riflessione: qual è il confine?
Qual è il confine oltre il quale si può parlare di immoralità e parapedofilia?
Perché la stessa cosa fatta dal Presidente è immorale e sporca e ipocrita e rappresentata sullo schermo dal volto di Toni Servillo diventa bello, bello, poetico, struggente, illuminante?
Si obietterà che il confine è il sesso. Non sono d’accordo.
Il sesso in rapporto all’amore è un elemento non accessorio. Chi ama ha sempre il desiderio di concupire il soggetto amato, la platonicità non esiste, è un’aberrazione, altrimenti non è amore, è qualcosa d’altro, amor filiale, amore genitoriale, eccetera eccetera.
Il sesso non consumato non è innocuo, anzi; può essere letale, e gli eventi di cronaca recente ce lo confermano. E allora basta propagandare quest’immagine falsamente innocua dell’amore tra un tardone e un’adolescente; basta farci credere che è bellezza, è poesia, è struggimento. Col cavolo.
E basta mostrare il maniaco che ti segue fin sotto casa come un pover’uomo afflitto dalla solitudine che cerca solo un po’ di affetto. Qualcuna potrebbe   crederci… e vorrei vedere quanti di questi poveri uomini soli alla prova del nove si accontenterebbero di farsi titillare le dita dei piedi.
Ma tanto a chi importa delle ragazzine in questo Paese? Finché non ne muore qualcuna in circostanze più o meno torbide, non gliene frega niente a nessuno.
Eccettuato, naturalmente, il nostro Presidente.

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In qualche posto in cui annoiarsi in pace.

Che noia, il Leone d’Oro di quest’anno. Un film lento, ma lento, che comincia con una Ferrari che fa un giro di pista. E un altro. E un altro. E un altro ancora. E’ una delle poche riprese non in soggettiva del film, ed è un rodaggio. Non della Ferrari: dello spettatore. Un po’ come le prime cento pagine del Nome della Rosa, solo chi supera lo scoglio può godersi il libro.

Guardando la prima sequenza, dovremmo immaginarci cosa ci aspetta. Invece è dopo un po’ che capiamo il significato di quelle lunghe sequenze in cui non succede niente. Niente, per lo meno, che sia “funzionale alla storia”. Perché la loro funzione è invece, deliberatamente, farci sprofondare nella noia. Non la noia oggettiva del guardare un film poco interessante, ma la noia diegetica del protagonista, che si addormenta mentre fa sesso con una delle sue bellissime donne, o guardando un lungo (per noi) spettacolo di lap dance.

C’è molto Cinema in questo film, forse troppo. Il racconto è così fortemente racconto per immagini (in movimento) che sembra quasi un dogma ricavato dai saggi di Deleuze. Eppure all’arrivo della giovane Fanning notiamo un leggero cambiamento: non nel registro stilistico, sempre una costante soggettiva dei protagonisti, incalzati così da vicino dalla macchina da presa da spingerci a un’identificazione completa, ma nella vivacità e nella lunghezza delle sequenze, che si fanno più incalzanti. La noia resta il leit motiv dominante ma diventa più sottile; si intravvede anche nella figlia la stessa mancanza di passione che accompagna il padre, ma è temperata dalla giovinezza, dalla voglia ancora acerba di cose nuove, dalla consapevolezza che per lei cose nuove, ancora, possono esserci e ci saranno.

E poi la Fanning va via, e le sequenze ritornano lunghe, monotone, noiose. Come la vita di Jhon. Perché è la vita di Jhon che lo spettatore vive, tanto che il film si sarebbe potuto tranquillamente intitolare “Essere Jhon Marco”.

Devo dire che poi, in realtà, facendo mia la noia e la malinconia del protagonista, io personalmente non mi sono mai annoiata. Sarà anche perché mi piace crogiolarmi nelle atmosfere notturne e crepuscolari dentro cui si muove il film, o perché è tanto consolatorio pensare che anche i ricchi piangono (o meglio, s’annoiano); ma credo che dipenda soprattutto dal fatto che in quelle lente sequenze non c’era nulla che fosse lasciato al caso, nulla che non meritasse un momento di attenzione: le espressioni del volto di Stephen Dorff, le movenze ipnotiche delle ballerine di lap dance, il movimento di una mano che tradisce un’emozione, uno sbattere di ciglia, i particolari della stanza.

Un discorso diverso merita la parentesi italiana del film, forse la parte meno riuscita solo ai nostri occhi indigeni, anche per colpa del doppiaggio che ha eliminato ogni differenza linguistica e appiattito necessariamente la messa in scena; la tv del Bel Paese non ci fa una bella figura, ma non si può dire che la Coppola ci sia andata giù pesante.

In rete qualcuno, commentando il film, ha detto che gli ha fatto ripensare alla vita e alla tragica fine di Heath Ledger. Non so francamente se le due storie, quella reale e quella finta, siano sovrapponibili; certo è che quest’opera dà corpo a uno dei migliori aforismi di Oscar Wilde: “Ci sono solo due cose terribili nella vita: l’una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra ottenerlo”.

Da questo punto di vista è un film che ha persino qualcosa da insegnare. E di questi tempi non è poco. Per una volta il Festival c’ha preso.

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Polemicamente

 

Mi sono avatarizzata, e muoio dalla voglia di avatarizzarmi di nuovo. Purtroppo la prima volta è stato così faticoso che poca è la voglia di ripeterlo, e voci di corridoio dicono che non val la pena spendere in loco per rivederlo. Quindi mi devo deavatarizzare, e siccome chiodo scaccia chiodo adesso mi lostizzo.

Su Avatar si è scritto di tutto ma in realtà ho letto soprattutto fregnacce, da quelle di Roberto Faenza a quelle meno nobili ma altrettanto ignobili di Massimo Mazzucco. Tutte basate sul fatto che il 3D ucciderà il Cinema d’Autore, e tutte scritte da sedicenti autori.

E’ vero, una volta bastava sfondare il pavimento e piazzarci una telecamera dentro per sorprendere lo spettatore, non occorreva spendere vagonate di dollari; ma chissà quanti autori dell’epoca avranno gridato allo scandalo di quella telecamera che inquadrava le figure dal basso, facendo sembrare gli uomini altrettanti giganti; e andando più indietro nel tempo, che fine avrebbe fatto il racconto per immagini in movimento sovrapponendo ad esso voci gracchianti e sonori invadenti?

Certe polemiche nascono stantie. Sarebbe stato già ridicolo sollevare un polverone del genere su un film come A Christmas Carol. Ma quando il film è Avatar e il regista un genio del cinema/fabbricadeisogni come Cameron, si sfocia nella farsa.

Anche perché Avatar riempie i cinema. Ma se al cinema non dessero Avatar?
Già me la immagino la coppia tipica italiana, Hillary e Francesco.
Lui dice a lei: "Tesoro, danno una retrospettiva di Truffaut al Multisala, ricordiamoci di prenotare i biglietti se no troviamo la fila come quella volta che andammo a vedere Natale in India."
E lei: "Ma caro, mi avevi promesso di portarmi a vedere Sorrentino, da Truffaut ci sarà una bolgia! E poi nel multisala c’è troppa gente che sgranocchia le patatine, come faccio a cogliere i cambi di tono di Jean Pierre Léaud?"

Quel che mi stupisce è che ci sia della Stampa accreditata che pubblichi certe menate.

Poi mi ricordo che Minzolini dirige la più importante testata televisiva di questo Paese.

Stupore rientrato.

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