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Mai giudicare un libro dalla (fascetta di) copertina

Decisamente la mia spesa del mercoledì pomeriggio sta diventando un’occasione di disarricchimento culturale.

Stavolta, sempre sul pancale delle ultime uscite, dove spiccava ancora l’obbrobrio fluorescente di Baricco, mi ha colpito un libro con una entusiastica fascetta di copertina (ocomediavolosichiama):

Ha studiato da Kay Scarpetta, è irresistibile come Bridget Jones, ma viene dalle terre di Montalbano. Uno straordinario esordio tutto italiano.

Stupidamente incuriosita dalla sequela di nomi altisonanti, stavo per dargli una chance. Poi mi sono ricordata della regola d’oro della pagina 99, e così ho aperto il libro alla pagina suddetta e ho dato una veloce lettura.

Indi, riponendolo sollecitamente, mi sono chiesta come mai, giacché erano in vena di paragoni, non abbiano scomodato nessuno per lo straordinario stile di scrittura:

Sciatta  e sgrammaticata come la migliore Melissa P.

O anche, che so, Banale e distratta come il primo Moccia.

Misteri dell’editoria.

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Omero strikes again

Nel consueto mercoledì pomeriggio di spesa all’Ipercoop (sconto del 30% su tutti i prodotti a marchio per i soci, un toccasana per la mia tirchieria cronica) mi sono al solito soffermata nella zona libri.
Di rado compro libri al supermercato, per vari motivi. Perché la scelta è limitata, in  genere, ai bestsellers di grido, così detti perché a leggerne la grammatica ti viene, appunto, da gridare allo scandalo; perché ti rimane quello schifoso adesivo del supermercato con il 15% di sconto attaccato al libro, e se lo stacchi rimane tutto appiccicaticcio di colla, e se passi l’acetone per pulirlo bene ti si smerda tutto il colore della copertina; e poi vuoi mettere il mood che si respira in libreria, girare per mezz’ora alla ricerca del libro che ti ispira, la musica soffusa o un discreto silenzio, con l’altoparlante del super che strombazza le offerte del giorno e la signora col carrello che ti incalza per acchiappare al volo l’ultima biografia di Padre Pio?
Nonostante questo il fascino della carta stampata m’acchiappa anche al super, e mi sorprendo a girellare intorno al pancale dei libri come un’ape ronza attorno alle primule anche se sazia di polline.
Ieri la mia attenzione è stata attirata da un libro vistoso, dalla copertina candida, il titolo in arancio fluo, apparentemente roba per adolescenti, un Moccia sbarazzino o una versione baby di I love shopping.
Ma con stridore interno (tipo il brivido che ti dà il gessetto intonso sulla lavagna) leggo che il nome in lettere fluo è quello di OMERO. La cosa già mi rivolta lo stomaco, ma quando leggo sotto il titolo ILIADE rischio decisamente l’ernia iatale.
Mi avvicino incuriosita, sperando che sia una versione del poema immortale adattato per gli adolescenti, iniziativa tutto sommato buona, ma con supremo disgusto leggo ALESSANDRO BARICCO… Realizzo l’indecenza: Feltrinelli ha osato ridare alle stampe in nuova edizione ripacchianata il tremendo Omero, Iliade di Bariccolo, come lo chiama il buon Sigurd: in assoluto il più inutile e irritante tra i libri che ho letto nella mia vita. Irritante come può esserlo soltanto Baricco, con la sua legge di onnipotenza dello scrittore, secondo la quale basta saper usare la consecutio temporum e un numero adeguato di metafore altisonanti per affrontare qualsiasi argomento, anche senza conoscerlo, e darlo in pasto al popolo bue dei lettori.
Così si permette di prendere l’Iliade, epurarla delle divinità e mettere in bocca agli eroi banalità da XXI secolo, perché occorre rimodernizzare, abbassare il livello, rendere comprensibile. Divulgazione della letteratura. Una contraddizione in termini. Come prendere i due Kill Bill e farne un videoclip di trenta minuti tagliando le scene splatter per farlo vedere ai bambini.
O anche, cover letteraria. Come se non bastasse Vasco che rifà i Radiohead. (L’effetto, vi garantisco, non è migliore).
Comunque, se qualcuno di voi avesse, nonostante tutto, voglia di leggerlo, vi prego assolutamente di evitare di correre all’Ipercoop a comprarlo, se pure con il 15% di sconto: cedo volentieri il mio – anche gratis, a dispetto delle mie braccine corte.
Certo, ha ancora la vecchia copertina rossonera, e non questa figata fluo, ma come si dice, a caval donato…

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Ancora co’ ‘ti Sassi..!!

Diciamocelo, dài: è ruffiano. Inserire ‘sti Sassi dappertutto, quando si parla di Matera, solo perché sono la cosa che la rende famosa… E’ quell’antipatico strizzare l’occhio al lettore dicendogli: vieni che ti porto a vedere casa mia. Una promessa non mantenuta, del resto. Come non era mantenuta la promessa del titolo precedente, Mille anni che sto qui, citazione di Marquéz quando il modello poteva essere, se mai, l’assai più mite e popolare Isabel Allende.

Ah già, di chi sto parlando. Vabbè, l’avevo detto, no? Di Come piante tra i sassi, ultima fatica della gloria nazionale letteraria lucana. Bon, sono in ritardo, lo so bene che è uscito da un pezzo, e allora? Mica scrivo quel che penso di un libro perché va di moda. Lo scrivo dopo che l’ho letto, e se proprio trovo qualcosa da dire. Che poi criticare un libro di Venezia fa tanto Nemo profeta in patria, ma siccome profeta in patria ogni lucano lo è, perché la sete di fama dei miei concittadini è tale che accetterebbero anche l’ambientazione della pubblicità della crema per emorroidi pur di aumentare l’afflusso turistico nell’urbe, mi ritengo a ben vedere una mosca bianca.

Che poi il libro non è che faccia proprio pena. A tratti è divertente, e la protagonista è gustosa. Se non fosse per l’intrigo giallo con risvolti di attualità del tutto privo di interesse e di approfondimento, sarebbe pure godibile. Ma il difetto di Venezia è sempre lo stesso, una superficialità che fa urtare il nervosismo. Superficialità già nel descrivere i luoghi di una città da cui, evidentemente, manca da tempo; abbastanza da non sapere che i ragazzini che fanno sega (filone) a scuola mangiano la focaccia di Paoluccio e non quella assai più industriale della Casa del Pane. Città da cartolina, ipoteche che scadono se non vengono pagate (fiiiiiigo…), carabinieri che in un’ora e senza mandato riescono a scoprire che la vittima non ha un conto aperto in nessuna banca della provincia (alla faccia della privacy…). 

Ok, la protagonista è politicamente scorretta quel tantino che serve a non annoiare il lettore, ma poi alla fine resta una brava madre di famiglia, che nemmeno lo immagina il tradimento infuocato con il bel carabiniere… e la ragazzina che resta incinta col bambino che fa? Se lo tiene, ma stiamo scherzando, nel Paese della legge 40? Anche a voler sorvolare sulla misoginia strisciante che si nasconde efficacemente dietro le apparenze di una forte figura femminile, c’è di che sbuffare ogni tre pagine.

Il Lombardo Veneto dice che non è colpa dello scrittore, che io non dovrei leggere certi libri, perché i confronti non li faccio con Montalbano o Giordano, ma direttamente con Zola e Marquèz, e anche Ammanniti ne uscirebbe con le ossa rotte.

Ha ragione, è tutta spocchia da pseudointellettuale. Però è pure vero che se una intitola il primo libro citando un Nobel della letteratura, e prende il Campiello in opera prima, un minimo di aspettative nel lettore le genera.

Ad ogni buon conto finisce nel tag delle Promesse Non Mantenute. Ci rifaremo con il prossimo libro, anche se dubito che Ziandonietta, dopo l’accogienza che ha ricevuto per questo, continui a regalarmi i suoi titoli…

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La solitudine dei numeri primi

 

Mo’ ditemi voi ‘sto libro dove vuole andare a parare. Tanto per cominciare, non è mica vero che non esistono coppie di numeri primi contigui. Ce ne sono almeno due: 1 e 2, 2 e 3. Essì, perché il 2 è un numero pari ma è anche un numero primo. Divisibile solo per 1 e per se stesso.
A parte questo, all’inizio le premesse per un libro godibile ci sono tutte: antefatti inquietanti, due personaggi interessanti, nelle loro vite anomale.
Poi tutto si avvita sul solito girotondo di luoghi (e personaggi) comuni: la compagna di scuola bellissima e crudele, la calda donna meridionale compiacente, il maritino perfetto.
Nella più classica ambientazione medio borghese. Mucciniana, oserei dire, se non fosse che anche Muccino ha ormai abbandonato quella stantia ambientazione.
Con il personaggio femminile tutto racchiuso nella propria fragilità e inconsistenza, che fa un buon matrimonio che le permette di avere un lavoro che è solo un hobby, e quello maschile che insegue il successo accademico, indispensabile al proprio sesso.
Ovviamente lei è poco più che cretina, ma bellissima nonostante pesi venti chili, e lui è un genio, anche se psicologicamente impotente. Lei è il cupo istinto, lui la cupa mente, lei l’arte, lui la matematica e via cantando.
L’ho trovato un po’ irritante, ma pensavo che alla fine qualcosa sarebbe successo. Invece, niente. Dicono che sia anche scritto male, a me onestamente è sembrato ben scritto, e pieno di immagini suggestive. Che restano immagini, però, e non si legano in una storia comune, compiuta.
Dopo la delusione della Venezia Campiello, adesso la delusione del Giordano Strega.
Ne concludo che ‘sti premi, ormai, servono solo a far litigare tra loro gli scrittori.

 

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Vivere in una piccola cittadina, in una regione ancora più piccola, che ha meno abitanti di Genova o Palermo, significa essere esposti, di tanto in tanto, a curiosi fenomeni mediatici. Uno di questi è la sparizione totale del senso critico quando chi ne dovrebbe essere l’oggetto è un personaggio locale di successo nazionale.
E’ il caso del libro Premio Campiello 2007, Mille anni che sto qui, la cui autrice Mariolina Venezia si fregia del titolo di mia concittadina. Il libro è la storia di una famiglia di Grottole, cadente paese a pochi chilometri da Matera, per molti versi simile alla Gagliano di Carlo Levi. La vicenda si snoda lungo un secolo e più attraverso la discendenza matrilineare di una famiglia di signori caduta in disgrazia che si barcamena tra diverse fortune.
Il libro della Venezia, bisogna ammetterlo, si fa leggere. E’ stato votato da una giuria popolare, quindi non c’è da dubitarne.  Il modello cui si ispira è chiaramente la Isabel Allende de La casa degli Spiriti, come si arguisce dai nomi delle  protagoniste, tutti diverse variazioni sul termine bianco (Concetta, Alba, Candida, Albina) com’era appunto nei nomi del libro della Allende. Ma immancabilmente si ispira anche, per certi versi, al Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, che rappresenta un po’ la pietra miliare della letteratura sul popolo Lucano.
Di roba da raccontare l’autrice ne ha,  forse più di Levi e Allende messi insieme; ma il susseguirsi degli episodi, per quanto gustoso, è talmente frenetico che non lascia spazio per alcun approfondimento psicologico: i caratteri sono sbozzati come pupi di un presepe popolatissimo, tanto che tocca spesso tornare indietro di qualche pagina per capire chi è il personaggio che ci è stato velocemente presentato prima e che torna per una breve parte da protagonista.
Se la prima parte, per quanto a tratti disorganica e priva di acme, si presenta piacevole, la seconda parte, in cui l’autrice affronta il personaggio che rappresenterebbe il suo alter ego, diventa banalmente autoreferenziale, confusa e sfilacciata. E viene inoltre ad essere troppo lunga in rapporto agli eventi così come la prima risultava corta e non approfondita. Una diversa calibrazione dei tempi della narrazione avrebbe certo giovato al romanzo. Insomma, ho tirato un sospiro di sollievo sulle ultime pagine, perché ormai la vicenda si trascinava senza che si riuscisse a capire dove volesse andare.
La Venezia scrive fiction per la televisione ed è evidente il suo approccio visivo e scenografico alla scrittura. Ma spesso è come se avesse in mente scene da film che ridotte a parola scritta perdono di vita e di profondità. Come se dipingesse un quadro pieno di dettagli a larghe pennellate, così che solo a tratti si possa cogliere vagamente quel che intendeva dire.
Del resto non è accertato che avesse qualcosa da dire. "Scrivo per guadagnare soldi. E’ il mio mestiere e, come diceva Flannery O’ Connor, e’ quello che mi riesce bene" è la sua dichirazione dopo la vittoria del Campiello.
Sull’ultimo assunto avrei qualcosa da ridire, ma per il resto il ragionamento non fa una piega.
Mi resta solo da capire perché i miei concittadini l’incensino come se si trattasse di una nuova Nadine Gordimer. Ai posteri l’ardua sentenza. <!–

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